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I nomi e i cognomi dei morti

207922_1943219508423_1960439_nIl testo che segue è tratto dal capitolo "Aegle dans les champs" del romanzo di Lorenzo Pierfelice "Il circo errante dell'equilibrio" (2013, Zero91)

[...] Quale fosse la sottile coerenza, la legge metafisica, che reggesse la città di libri del custode, Annette lo scoprì qualche settimana dopo, mentre correva trafelata ad una lezione universitaria.

Dall'altro lato della strada, aveva notato la sagoma di Miroslav, nella nebbia mattutina, passeggiare rasente il muro del cimitero degli slavi, a pochi passi dal quartiere dove lei abitava.

Bastarono pochi secondi perché le si formasse un insopportabile groppo in gola: non doveva essere a lavoro a quell'ora? Cosa ci faceva dal lato opposto della città? Sembrava un turista, per strade di cui mai le aveva parlato.

Era terrorizzata all'idea che da un momento all'altro potesse materializzarsi davanti ai suoi occhi il più classico degli epiloghi di ogni storia d'amore. Era stata una stupida a non insistere perché il passato dell'uomo uscisse da quell'alone di mistero in cui era avvolto. Lei gli aveva raccontato tutto degli uomini che lo avevano preceduto, della sua famiglia, di suo padre il capraio, dei suoi studi e di come si sarebbe vista da lì a dieci anni. Lui era sempre stato restìo a rendicontarle di come fosse arrivato al gabbiotto della biblioteca nazionale, di quali donne avesse amato, di chi fossero i suoi genitori. Avevano iniziato a vivere un presente intriso di sesso e letteratura, quella piacevole zona che andava dalle quindici alle diciannove di ogni sacrosanto giorno, chiudendosi alle spalle il mondo che li sovrastava e tutti i giorni che erano venuti prima. Le spesse pietre del seminterrato di Mustakì, le pareti foderate di libri, avevano attutito e smorzato i rumori esterni.

Quando lo vide fermarsi a due passi dal seno prorompente della fioraia, una quarantenne dai lisci capelli corvini, e sorriderle come se si conoscessero da sempre, di colpo l'intera schiera di lettere, pietre, legni e parole del seminterrato le caddero sulle spalle e lei si nascose dietro il muro del cimitero.

Non essere stupida! - pensò – Sta solo comprando fiori.

Il peso dell'intera letteratura mondiale tornò di nuovo a crollarle addosso, però, quando vide l'uomo sfilare una gerbera arancione dal mazzo e porgerla alla donna che gliele stava vendendo, con canagliesca complicità. Fissò le loro mani indugiare e sfiorarsi avide in uno scambio di banconote e monete.

Poi, lui sparì dietro una rugginosa cancellata e si avviò tra le tombe.

Al diavolo la lezione all'università! Anche lei oltrepassò le mura e prese a seguirlo, a debita distanza. Il suo era quasi un lento girovagare senza senso tra le lapidi e i cipressi. Era curiosa di vedere su quali nomi si posassero le gerbere che l'uomo cullava tra il petto e le braccia. Magari avrebbe scoperto che faccia avessero suo padre, sua madre, qualche sua vecchia zia.


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Niente. L'uomo vagava dinoccolato tra i marmi e le pietre tombali, soffermandosi a volte come se avesse scoperto un parente o un vecchio amico d'infanzia, chinandosi a scrutarne i tratti nell'ovale della foto, quasi bisbigliandone il nome tra sé e sé.

Poi, d'un tratto pareva come illuminarsi e allora sfilava un gambo dal mazzo e lo adagiava sulla lapide. Restava qualche secondo in contemplazione della foto, poi estraeva di tasca il moleskine e scriveva qualcosa.

Andò avanti per un bel po'. Scorreva tutte le iscrizioni sui marmi, a volte si fermava, depositava un fiore, riprendeva il moleskine e scriveva poche righe.

Quando l'uomo varcò di nuovo la ruggine del cancello e si rituffò nella città, Annette rinunciò a verificare se si fosse fermato dalla fioraia e a passo svelto corse verso le tombe omaggiate dalle gerbere.

La prima ritraeva, in bianco e nero, un uomo sulla cinquantina, con sottili baffetti alla sparviera e un grande cappello nero in testa.

Miroslav Pandev (Mirza) 1935 – 1992

Il fatto che avesse lo stesso nome, ma non il cognome, le fece pensare che potesse trattarsi del nonno materno, o di uno zio.

La tomba successiva era quella di una donna Lucilla Varenuchka, quasi coetanea dell'altro (1930 – 1989). Seguiva le sature tonalità rossastre delle gerbere nella nebbia, come un Pollicino tra le briciole.

S'imbatte in tombe di bambini e adolescenti.


Borislav Ganesh

1958 – 1967

Markus Ganesh

1963 – 1970

Emir Kyrgiakos

1975 – 1989


Nel suo percorso tra le lapidi, Miros aveva fatto visita anche a un tale Levan Mecinović, a Irina Ibraimova e Bizu Milijaš e ad almeno un'altra ventina di uomini, donne, vecchi e bambini.

Solo un superstite di un genocidio poteva avere così tanti defunti nella propria famiglia!


Quando Miros, quel pomeriggio, le aveva fatto trovare una gerbera rossa sul cuscino, Annette non poté trattenersi da quella frase che per tutta la mattinata le si era adagiata dentro.

“Grazie...è un avanzo di fioraia davvero bellissimo!”

Mentre in lei si affacciava, inoltre, il macabro pensiero che quel fiore fosse pure un avanzo di lapidi, l'uomo l'aveva guardata per qualche istante con un'espressione confusa, prima che un qualche lume opaco gli balenasse negli occhi.

Continuava a non capire...

“Com'è andata oggi a lavoro?” aveva domandato lei.

“Oggi niente lavoro. Avevamo assemblea sindacale, ma ho preferito fare una passeggiata”

Capì solo allora cosa ci fosse dietro il tono indagatorio e piccato dell'altra.

“Mi hai seguito?”

“Non eccessivamente” rispose lei sorridendo “Ho seguito ben poco...Diciamo che mi sfugge la linea logica...Ma quanti defunti ci sono nella tua famiglia?”

Lo scrittore si era messo a ridere e si era versato mezzo dito di GodFathers nel bicchiere. Annette allora gli aveva raccontato per filo e per segno quello che aveva visto e lui aveva iniziato a sfogliare il suo moleskine, mettendole davanti agli occhi la pagina con le annotazioni di quella mattina al cimitero degli slavi.

Lesse i nomi di tutti quelli sulla cui tomba aveva posato un fiore.

Miroslav Pandev, Borislav Ganesh...Levan Mecinović...Irina Ibraimova...

Ancora le sfuggiva, tuttavia, il senso di quella lista.

“Sono nomi...” aveva sogghignato l'uomo “...cognomi...date”

Poi, le aveva mostrato che molte altre pagine del suo quaderno contenevano liste di nomi.

“E ovviamente non li conosci?”

“No. Non c'è un mio solo parente o conoscente sepolto lì”

Lì, come in tutti gli altri cimiteri che ho già visitato! – aveva aggiunto subito dopo.


Miroslav Kokonazakis era un ladro di nomi.

Di nomi e cognomi di morti.

Li usava per i suoi racconti brevi, spesso dava ad uno il cognome di un altro e li rendeva protagonisti o comparse nelle storie che inventava.

“Perché lo fai?”

“Perché no?!” aveva esclamato lui.

Dopo altri sorsi di wiskhey, la voce dell'uomo si era fatta più roca e al tempo stesso eccitata, come se stesse per esporre alla donna l'idea più geniale e originale che avesse mai avuto. Non importava se altri scrittori prima di lui avevano adottato lo stesso criterio per battezzare i proprii personaggi. L'unica cosa che contava era che lui, con le sue storie, riuscisse a concedere una seconda chance a chi non poteva più averne.

Quell'idea gli era venuta leggendo Il guardiano del frutteto di Cormac McCarthy. Amava annotare sul suo moleskine alcuni passi, a suo avviso supremi, degli autori che leggeva e così aveva declamato quel pezzo ad Annette:

"Sera. I morti custoditi nella crosta terrestre che girano ogni giorno la lenta ruota del tempo, in pace, tra le eclissi, gli asteroidi, le polverose stelle nuove, con le ossa chiazzate di terra e le cellule del midollo che si trasformano in fragile pietra, le dita intrecciate alle radici, uniti a Toth ed Agamennone, ai semi e alle cose non nate"

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“Queste persone tornano a vivere nei miei racconti...vivono altre storie, magari in altri paesi, incontrano altri uomini, altre donne...”

Come Aegle! - aveva pensato lei – Come Ágota!


Passarono l'intero pomeriggio a entusiasmarsi per tutto quello che questo significava. Un ragazzo giovane e senza amici, morto in tenera età, poteva diventare uno scaltro broker di borsa. Una casalinga annoiata rinasceva diva del burlesque. Un professore di Estimo capeggiava una rivolta di minatori.

Vagando per i cimiteri della città, Miroslav mescolava astrusi concetti di fisiognomica e metempsicosi e restava per minuti interminabili a fissare il prescelto in foto e ad immaginare cosa sarebbe potuto essere e cosa avrebbe potuto fare nell'universo parallelo dei suoi racconti.

Era come se i sepolcri sotto la crosta terrestre altro non fossero che porte, non tristi e macabri contenitori di spoglie putrefatte ma varchi e passaggi verso altri mondi. Dentro il moleskine di Miros quei volti, quei nomi diventavano, di colpo, storie.
Storie che continuavano, come un fresco soffio di vento sulla soglia tra l'uno e l'altro universo.


“E i nomi che hai annotato stamattina...che fine faranno?” aveva chiesto la ragazza.

“Da un po' di mesi sto scrivendo il mio primo romanzo...Basta racconti brevi...voglio provarmi in qualcosa di più impegnativo...Ho già in mente il titolo, Il circo errante dell'equilibrio...è una storia di un'improvvisata compagnia circense che fugge da un paese in guerra e gira mezza Europa, nel tentativo di ricongiungersi con le carovane di un altro circo...Mi servivano nomi dell'Europa dell'Est, per questo stamattina sono andato in quel quartiere abitato da molti slavi...Immaginavo che anche loro avessero i loro morti...”

Ad Annette era balenata davanti agli occhi la faccia di quel signore con i baffetti alla sparviera e il cappello nero. Aveva afferrato il moleskine e rintracciato il suo nome nella lista: Miroslav Pandev, detto Mirza.

“Che dici...gli facciamo fare il lanciatore di coltelli a questo signore?”

“Mi piace...ma avrebbe bisogno di un bersaglio...” aveva suggerito lei, inclinando la visuale sugli altri nomi “Che ne dici di Irina Ibraimova?”

“Si può fare...”


Dal momento che erano in vena di complici confidenze - e visto che la ragazza pareva fissare con insistenza la nuova collocazione di Ágota nella libreria – Miros le disse che quelli erano i suoi tavoli.

“Non capisco” aveva mugugnato arricciando gli occhi.

“Il criterio con cui scelgo come disporli...Immagina di dover dare un ricevimento, una cena elegante e unica in cui per una sola volta si incontrassero tutti gli scrittori e i poeti di tutti i tempi...”

“Avresti il problema di come comporre i tavoli!” aveva aggiunto lei.

“Già...Con chi faresti sedere la tua Ágota, chi metteresti accanto a Goethe? Non sarebbe inopportuno far condividere lo stesso banchetto ad Irvine Welsh e Giacomo Leopardi?”

Trascorsero il resto del pomeriggio scartando un altro paio di parigine e divertendosi ad immaginare alcune possibili combinazioni in quell'assurdo gioco dei tavoli.


Fu solo qualche settimana più tardi, però, quando il custode le chiese se avesse voglia di unire le loro librerie, che Annette capì di essere felice [...].

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2/3 cose (o forse più) che ho imparato dalla Sicilia e dai Siciliani

NB: Variegata e multiforme, la realtà isolana non può essere riassunta in uno sterile bignamino che risulterebbe di certo impreciso e ingeneroso. Questi sono solo alcuni punti (tra i tanti) che mi sono sembrati interessanti e che non possono avere carattere o pretesa di universalità. La zona qui descritta è quella della Settentrionale Sicula, che dal mare di Cefalù s'interna fino ai monti Nebrodi.
Prendetele solo come notazioni imprecise di un oriundo.

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SALUTI E PARENTI
I baci (sulle guance, destra/sinistra) sono esentasse e quindi diffusissimi. Qualche commercialista più scafato riesce pure a portarli in detrazione. Quindi, ogni volta che “scendo” mi preparo per uno scambio di saliva superiore alle effusioni contenute in un qualsiasi film di Tinto Brass.
Se arditamennte decidi di fare una passeggiata lungo il corso del paese, durante la festa del patrono, preparati ad avere un passo da bradipo obeso (6 metri ogni quindici minuti), causa incontri a raffica con una serie fibonaccia di parenti, amici e conoscenti.
Non disperare se non riesci a ricordare tutti i volti e i nomi dei parenti e dei cugini (fino alla quinta generazione) che ti sono stati più volte presentati. Per andare sul sicuro allunga sempre la mano in direzione dell'oggetto del tuo dubbio: se ti accalappia l'arto, protendendosi in un bacio sulle guance, ti chiede “Bieddu mio, cuomo si'?*” e ti invita ad un pranzo domenicale, vuol dire che siete parenti.

*Bello mio, come stai?

IL BERE
Nei paesi di montagna non si beve granchè. I siciliani di solito amano “spartirsi menze birrette”. Nessuno ha finora affrontato la questione di “quante menze birrette fanno una vivuta*
Da forestiero hai diritto ad una serie di estati in cui, ad ogni bar sul piccolo corso (il mio ne ha 24) gli autoctoni fanno a gara ad offrirti da bere. Non fai in tempo a finire il tuo gin tonic che il ragazzo del bar ne sta scaricando altri ettolitri sul tuo tavolino. Devi berli tutti, pena il massimo affronto possibile per la generosità dell'offerente. Conosco un tipo che per le sue vacanze sicule ha speso dal 2009 al 2015 solo 3 euro e 50 in cocktail, ma è morto di cirrosi, prima di traghettare a Messina.
Capisci di essere diventato uno di loro quando, dopo almeno 3/4 anni, riesci a pagare un giro anche tu. È una sensazione meravigliosa, un po' come perdere la verginità in riva al mare.

*quante mezze birrette fanno una bevuta

IL MANGIARE
La cucina isolana è semplice e rifugge le lavorazioni complicate.
Bastano pochi ingredienti saporiti come capperi, pomodorini, alici, basilico, mentuccia per creare piatti freschi che sanno di sole e di mare.
Il pesce non è mai fresco, bensì “vivo”. Non azzardarti a spremerci un limone sopra.
Le melanzane sono patrimonio dell'umanità e le usano anche come pochette da taschino durante battesimi e comunioni.
Le colazioni si fanno con granita e brioscia: i piloni della Palermo-Messina sono pieni di gente che ha ordinato cappuccino e cornetto.
Tuttavia, nonostante questa semplicità superficiale, esiste l'istituto dello “schiticchio”, evento paragonabile solo ad un ritiro boccaccesco. Al grido di “come se non ci fosse un domani”, orde di famigli sbarcano in case di campagna e depositano su tavole imbandite provole, salsicce farcite, sarde salate e teste di agnello. Si mangia ad interim, finché qualcuno non muore trafitto dal bottone esploso dalle braghe del dirimpettaio.
I sopravvissuti si fanno un ultimo cicchetto di Plasil* endovena, chiedendosi cosa può aver loro provocato quell'acidità di stomaco.

*farmaco indicato per contrastare nausea e vomito

IL VESTIRE
Puoi essere il cesso più malvestito del mondo, ma tua suocerà ti dirà sempre “Bieddu mio! Pari un pupiddo!”

*Bello mio, sembri un bambolotto!

BON TON
Ai matrimoni stai seduto e non toglierti la giacca.
Non farlo mai. Anche se ci sono 40 gradi ed un cameriere è appena svenuto sul risotto ai gamberetti, tu resisti.


LA LINGUA
I Siciliani parlano spesso al passato remoto, perché possono portarti nel cuore una vita o, al contrario, dimenticarti per sempre in fondo ad un calendario.

L'EDUCAZIONE
Se vuoi capire chi comanda, osserva i funerali.
Se vuoi capire di politica nazionale e ciclismo, vai dal barbiere.
Se vuoi essere informato sugli ultimi “curtigghi”*, vai dal parrucchiere per signora.
Esiste, in via del tutto poetica, un senso rassegnato di arcana fatalità dinanzi al lavoro, alla malattia, alla morte e alle partenze verso il nord.

*pettegolezzi

LA SOCIETÀ
I preti contano moltissimo. Li chiamano padri, o “parrini”.
Tuttavia, l'invocazione più ricorrente è “matre!”, madre.
Gli uomini, infatti, sono nulla in confronto alle donne: mettine 2/3 insieme e fatti il segno della croce.

Se hai intenzione di diventare vecchio, trasferisciti qui e procurati una sedia e un bastone.

FILOSOFIA
U vientu na chiesa ci vole, ma no pi stutari i cannile*
Calati juncu ca passa a china*
Cu nasci tunnu nu mpò morire quatratu*

* Il vento in chiesa ci vuole, ma non così forte da spegnere le candele

* Calati giunco chè passa la piena

* Chi nasce tondo non può morire quadrato
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sul limitar del Giugno

NonnaGildaSmall

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Pescara VS Islanda

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EXPOst - kapusons in visita all'EXPO
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Ogni qual volta in kapusons si tratti di partire per una qualche meta esotica, sia essa la sagra della patata del Fucino o l'improvvisa deportazione interplanetaria per un attacco alieno, il nostro socio “il Matto” si presenta sempre con il suo famigerrimo zainetto nero “da trasferta”.





ZainettoMattoUtile per ogni tipo di dipartita extra-raccordo, compreso un trasferimento a vita a Bora Bora, esso contiene indifferentemente nell'ordine:

- n°2 mutande bianche modello antistupro, testato su ninfomane bulgara;
- n° 1 polo arancione codice esadecimale #EE5E23;
- n° 1 ombrello nero (che non userà neanche in caso di diluvio universale);

Tutto ciò che manca e che farebbe parte della dotazione di ogni comune mortale non rientra tra le sue preoccupazioni, più di un sano dubbio su cosa si mangerà per pranzo.

ugo1Di converso, per Ugo avevo previsto una mise più sobria: sono circa 20 anni che lo disegno in canottiera (sempre la stessa, bianca con macchie recondite di sugo ai 4 facoceri).
Avevo dunque pensato che anche per la trasferta meneghina potesse optare per un sobrio pigiamato estivo.
Ed invece ci stupisce tutti, presentandosi con una giacca terzomondista e t-shirt rossa, simil Che Guevara.




ugo2

Insomma, partiamo. A bordo di un Italo che non ha nulla da invidiare alle ferrovie malgasce, tant'è che Lester Amalio Galloway (l'altro socio) non perde tempo a notare la possente dorsale connettiva del vagonato.

peppe

Sul treno, 4 comunicatori non possono che sfoggiare il proprio armamentario tecnologico: temo il giorno in cui incontrerò 4 urologi.

foto1Expo

Non è questa la sede e il tempo per una disamina sull'evento EXPOsitivo, ma riporto una serie di notazioni a margine ed impressioni astatistiche:

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1) La sensazione generale è positiva: il visitatore non ha l'impressione di un'opera incompiuta, anzi l'offerta è molteplice e ad essere onesti ci vorrebbero 3 giorni per visitare bene gran parte dei padiglioni (nostra culpa: alla fine è mancato il tempo per visitare il padiglione Italia, quindi rimandiamo ad un report più esaustivo dopo una seconda visita in autunno);

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2) di sicuro impatto iniziare la visita dal Padiglione Zero (quello dell'ONU), che accoglie i visitatori con una sorprendente installazione tra Classico e Moderno. Le installazioni delle nazioni che hanno osato di più sono sicuramente le più apprezzate (da noi): en passant, consigliamo Corea, Russia, Argentina, Kazakistan (belli anche i cartoni proiettati nel padiglione USA).

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3) per questi ultimi (gli Stati Uniti) c'è da dire che stanno ad un'esposizione universale sul cibo, come una brugola ad una fiera hi tech (!)

4) a proposito: se andate ad Expo per affollare i tavolini del Mac Donald non possiamo che consigliarvi l'estinzione perpetua;

5) ora, non è per fare gli anti-imperialisti a oltranza, ma...i creativi del visual scelto da Israele forse potevano scegliere un pay off meno allusivo (?).

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6) qualcuno dica pure agli ideatori del video promozionale visionabile presso il padiglione della Thailandia che siamo a MILANO nel 2015, non a CANTON nel 1957: lo spottone al sovrano locale farebbe impallidire pure lo sceneggiatore della propaganda nord-coreana di Kim Jong-un;

7) una notazione sul design visto in giro (con particolare riferimento alla comunicazione dei brand): eccellente, anche se tutti i creativi si sono lasciati ispirare fin troppo dalla grafica poligonale e multicromatica del logo EXPO.

8) deludente il contributo della tecnologia in gran parte dell'offerta espositiva;

9) Sicuramente la cosa che colpisce di più ad EXPO 2015 sono le architetture dei padiglioni e dell'area espositiva in generale (compreso il decumano): innovative, avveniristiche, personalizzate per ogni nazione. Voto 10.

foto7Expo10) ottima impressione anche al padiglione del vino, dove con 10 euro puoi degustare 3 calici da una selezione di etichette pregiate. Il sommelier Gustavo ci ricorderà con commossa devozione. A meno che non siate dei kapusons, non avventuratevi a stomaco vuoto.

Be', è ora di chiudere questo post un po' sghembo, rimandando come detto ad una seconda visita più esaustiva, sperando che il fegato e i piedi ancora ci assistano.

 
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Il "rivoltoso dentro"

biciRossa

Il 14 maggio del 2001, il rivoltoso dentro ha un solo modo e una sola ora per svegliarsi.
A mezzogiorno.
Col sottovociare della tv lasciata accesa dagli exit pool dell’alba.
E il canto frenetico del coinquilino forzista sotto la doccia.

La prima reazione è di stupore.
Spalanca le persiane su Roma, ma le richiude immediatamente dopo aver sentito un muratore dall’impalcatura antistante urlare al collega in chiaro accento milanese Ue’ belin, dai niente pausa pranzo, dobbiamo essere competitivi !
Si convince di aver sentito male e così accende la tv che nel frattempo era rimasta comunque accesa. C’è la Zanicchi che fa un’analisi politologica a reti unificate.
Decide che bisogna predisporsi bene. Si fa una canna, a stomaco vuoto, si infila le cuffie dando il play ad una cassetta di canti d’amore e resistenza del popolo curdo ed esce in pigiama.
In edicola compra tutto l’inimmaginabile in fatto di quotidiani.
Torna a casa ed ha un malore, dopo il primo editoriale di Belpietro.
Soccorso dall’amico coinquilino, stramazza di nuovo al suolo nel leggere la lista dei ministri.
Maroni agli interni.
Buttiglione all’istruzione e all’università. (da cui deduce che per farla franca dovrebbe laurearsi tra cinque giorni, se gli fanno fare tre esami entro il giorno dopo).
Tremonti alle Finanze.
Il cardinal Sodano alle Pari Opportunità.
Pacciani ai Rapporti con l’Altro Sesso.
La Barale alle Infrastrutture.
Tronchetti Provera, Ministro senza Portafoglio.

Rianimato da una dose abbondante di Guccini e Giovanna Marini, rimane due ore in stato catatonico, sfogliando vecchi calendari patinati, annata 1968.
Verso le 3 del pomeriggio subentra in lui un istinto libidico che lo porta a chiamare una sua ex. Nel corso della conversazione, la ragazza gli rivela di essere in attesa di una risposta per un suo provino come velina di “Striscia la notizia”.
Il rivoltoso dentro la congeda con grazia, e si ritira in bagno, dove si trastulla l’uccello avvolto in un doppio strato di carta vetrata.
Alle 16 in punto affronta una visita ginecologica, dalla quale appura di essere in attesa del messia, che però verrà alla luce solo dopo l’ultimo governo uscente.
Alle 17, scocca il momento dell’euforia ingiustificata.
Fa più cose contemporaneamente, tipo convincersi di non aver ancora votato, lavarsi i denti con l’acqua ragia, tirarsi un’altra pippa tra due fogli dell’Economist.
Alle 17 e 30 esce e si va a fare la tessera alla sezione più vicina di Rifondazione.
Alle 18 ha però perso la tessera dell’Atac ed il controllore non si accontenta di quella di un partito al 5%. Ragion per cui la multa la paga al 100%, raggiungendo abbondantemente il quorum.
Un’ora dopo, vaga sul lungotevere. Viene morso da una pantegana e chiama D’Antoni, per protestare energicamente, invitandolo al prossimo G8 a Genova.
Verso le 20, si accorge di avere le stimmate, ma subito dopo capisce che in realtà si è solo tirato troppe pippe con la carta vetra. Ma fortunatamente, non è cieco e, tornato a casa, può spararsi cinque ore di Bruno Vespa. Ospiti in studio, Casini, Fini, Buttiglione, Gasparri ed Elio Vito. Per l’opposizione un giornalista del Settimanale Cioè, che però è in collegamento da Kuala Lumpur. Purtroppo il satellite salta subito.

L’ora in cui il
rivoltoso dentro conclude la sua giornata post-elettorale è incerta. Sta di fatto che continuerà a sognare. A sognare i funerali di berlinguer, quando lui aveva sei anni...
Tutta quella gente che piange e alza il pugno
in un gesto che sa di minaccia
minaccia dolce e incorrotta
tanto per spaventare dio.

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#NaufragiEuropei

Naufragi



Quando i burocrati europei la smetteranno di indignarsi, di stupirsi e di commuoversi, solo allora potranno iniziare a capire quanto è profondo il mare di colpe e responsabilità per ogni singolo cadavere che riempie il fossato ai confini della loro Unione europea.

Quando la smetteranno di esprimere cordogli, sofferenze, dolori, sconcerti e solidarietà, solo allora potranno iniziare a fare in modo che ciò che periodicamente accade non sia mai più.

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pescara horror story
pescara

A quando l'introduzione del reato di "cattivo gusto"?
A quando arresti, persecuzioni e scudisciate sulle chiappe per tutti quegli architetti, quei geometri, quegli ingegneri, quei tecnici comunali e quegli addetti ai piani colore che hanno infestato e corrotto gli spazi pubblici delle nostre città?

Pescara è una città architettonicamente da radere al suolo, violentata dai palazzinari anni '70, dai politici che non riescono ad abbinare la cravatta alla camicia e dai nuovi costruttori di obbrobri (quelli che pensano che se t'avanza un po' di vernice verde pistacchio è bene spiattellarla in faccia al prossimo).
Mi piacerebbe che dinanzi ad ognuno di questi tanti capolavori siano poste targhe con i nomi e i cognomi dei loro artefici.
A eterna vergogna dei congiunti, a imperitura memoria dello Schifo.
 
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Quando si spara alla satira...

CopHebdo

Quando si spara alla satira non c'è più niente da dire.
Perché si colpisce l'unico e ultimo baluardo rimasto alla società occidentale, nei confronti di tutte le devianze "disumane" del potere politico e religioso.
La satira stigmatizza i mostri che abbiamo intorno, provoca il riso (che è la più rivoluzionaria delle espressioni umane) e ci induce a pensare che possa esistere una lettura alternativa della realtà.
E il primo mostro che la satira ci sbatte in faccia siamo noi, con i nostri tic, i nostri crimini quotidiani (ognuno per quello che può).
Fin da piccoli, ridiamo dei nostri peti, perché siamo abituati a farne e ne conosciamo la puzza. L'autore satirico ci sventola sotto il naso quegli intestini putridi (che sono anche i suoi).


Insomma, per apprezzare e difendere la satira, c'è bisogno di una dote che oggi è sempre più rara: la capacità di ridere di se stessi. 

Cose che l'integralismo islamico jihadista ha sempre negato (insieme alla musica e a tutte quelle arti che potessero suggerire pensieri alternativi alle sue verità assolute).
Bisogna essere proprio dei baldanzosi e impavidi guerriglieri di Allah, per sparare ad un vecchio di 80 anni (Wolinski) e alle sue matitine colorate.
D'altronde, se gli uomini avessero avuto un minimo di senso del ridicolo e dell'autoironia, non ci sarebbe stata alcuna guerra (né santa, né profana, né preventiva).

 
Ha ragione Saverio Raimondo (qui il link al suo intervento su Minima&Moralia):
La satira non è eroica, anche quando è “coraggiosa” come quella di Charlie Hebdo; la satira è, molto più semplicemente, “stupida e cattiva” – come si definirono gli stessi Charlie Hebdo ai loro esordi. Punto.
Charb, Cabu, Tignous e Wolinski erano degli stupidi. E non si uccidono gli stupidi: è stupido.

Oggi, però, non c'è alcuna voglia di disegnare, di reagire facendo come farebbe un vignettista: giocare con le parole e le immagini sul filo di un pensiero laterale che è sempre intelligenza e creazione.
Magari lo faremo domani, ritemperando le matite e sovrascrivendo quel buco rosso al centro di un foglio bianco.
Immagineremo che un giorno tutti quelli che hanno ucciso in nome di un Dio arriveranno in Paradiso e si accorgeranno che ad attenderli non ci sono 100 vergini pro capite (quelle che non gliel'avrebbero mai data sulla Terra), ma solo una sfilza di matitine appuntite da infilarsi su per il culo.  
Confidiamo nel senso dell'umorismo del loro Dio.
Nel bene, come nel male, una risata ci seppellirà.


Tra le cose più intelligenti e condivisibili che ho letto:
http://www.internazionale.it/opinione/igiaba-scego/2015/01/07/non-in-mio-nome

http://baruda.net/2015/01/07/il-massacro-di-charlie-hebdo-e-il-triste-delirio-islamofobo/

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