Politica Qui troverete tutti i contributi scientifici elaborati dai ricercatori della Kapusons sui rapporti tra politica e nuove tecnologie nonchè le produzioni web più significative e gli approfondimenti tratti da siti amici. http://www.kapusons.com/section/it/materiali_comunicazione_politica 7336e1a15dd44585a390cf062385d146 L’insostenibile leggerezza della Blogosfera politica “La lotta politica non si farà più tra destra e sinistra ma tra chi guarda la tv senza una risposta e chi accede alla Rete con una informazione molto più completa e che ognuno può gestire e alimentare” (Derrick De Kerckhove) 2007-06-15T18:11:21.3370000+02:00 C’è un insano privilegio da “scrutatori non votanti” nell’aria di questo scorcio di primavera elettorale del 2006. Ma forse, più che di un privilegio si tratta di una piacevole illusione. L’idea di assistere all’imbarazzante agonia di un modello ormai paradossale di presentazione e rappresentazione della politica sia sui media tradizionali che attraverso i supporti e i canali che ne diffondono in queste ore la propaganda. E c’è una frase del solito Derrick De Kerckhove, che sembra essere stata assunta a monito tra i bloggers più illuminati della realtà italiana: “la lotta politica non si farà più tra destra e sinistra ma tra chi guarda la tv senza una risposta e chi accede alla Rete con una informazione molto più completa e che ognuno può gestire e alimentare”. Nella suggestione dello studioso si inscrivono quelle che non possono più essere liquidate come utopie da tecno-entusiasti, ma le traiettorie, certo ancora in fieri, di un nuovo spazio pubblico di argomentazione, dibattito e confronto, di cui le piattaforme a pubblicazione aperta e la blogosfera rappresentano, al momento, l’architettura portante. Le stanze virtuali in cui si incontrano amministratori, attivisti, cittadini-elettori, giornalisti ed opinionisti costituiscono oggi un sistema “mediale” non riducibile all’ontologia dei mezzi di comunicazione che lo hanno preceduto: la particolarità risiede nel carattere “non mediato” di questa infosfera, nel carattere “esploso” e “conversazionale” delle interazioni avviate. A voler scattare oggi una fotografia dello stato della Blogosfera mondiale, potremmo solo ottenere un’immagine “mossa”: i dati che illustrano la crescita esponenziale dei weblog, ovvero di “diari” che ogni singolo utente può decidere di aprire, gestire ed aggiornare con estrema semplicità e minimi costi, illustrano una situazione di incredibile proliferazione e sedimentazione dei diari on line. Nel marzo del 2006, Technorati 1 , il servizio di ricerca e indicizzazione della Blogosfera, creato dallo statunitense David Sifry, indicizza più di 30 milioni di blog, capaci di raccogliere e diffondere più di 2 bilioni di link. Due anni fa, la stessa fonte registrava l’esistenza di 4 milioni di blog ed un totale di 400 mila messaggi “postati” ogni giorno; nel 2005 – rispetto all’anno precedente – la cifra è addirittura quadruplicata. Dati alla mano si può sostenere che la blogosfera abbia oggi la capacità di raddoppiare ogni 6 mesi circa: come fa notare lo stesso Sifry 2 , essa è oggi 60 volte più grande di quanto non fosse 3 anni fa. Ogni secondo, nel mondo, viene aperto un weblog, mentre parallelamente si abbassa la soglia di mortalità e abbandono del diario da parte dei suoi titolari: quasi 14 milioni di bloggers stanno ancora scrivendo, a distanza di 3 mesi dall’apertura. Per quanto elevati possano essere i tassi di abbandono da parte di utenti che aprono pagine personali “per moda”, si può indubbiamente affermare che in questo ultimo biennio la blogosfera abbia solidificato e affiliato un “nocciolo duro” di prosumer, che l’esperienza dei diari on line non può più essere liquidata come un semplice fuoco fatuo. Pur non essendo in grado di fornire dati disaggregati relativi alle singole nazioni, per l'Italia, tenendo conto dei numeri offerti dai principali fornitori di piattaforme e servizi di blogging, nel 2004 la cifra si aggirava intorno ai 150 mila blog aperti, con Splinder 3 a primeggiare con oltre 85 mila blog. Quest'ultimo provider, nel settembre del 2005, ne conta da solo più di 135 mila, che diventeranno più di 177 mila nel marzo del 2006. Considerando che Splinder ospita la maggior parte dei blog italiani, appaiono molto interessanti i dati demografici (febbraio 2006) 4 ricavati dai profili degli iscritti: il 27% ha meno di 18 anni, mentre è nella fascia 18-25 anni che si rintraccia la percentuale più significativa (38%); il 24% dei blogger ha tra i 26 e i 35 anni di età. Un dato da non trascurare è che il 51% di chi scrive nel circuito Splinder è di sesso femminile, come d’altronde risultano interessanti i dati relativi agli interessi dichiarati dai blogger: letteratura, cinema, viaggi e sport sono indubbiamente i più gettonati. Da questa incredibile proliferazione di diari on line deriva essenzialmente una crescita esponenziale dei pacchetti informativi a disposizione non solo degli utenti internet, ma anche di chi acquisisce informazioni da altri media. In effetti, stando alle stime del Pew Internet and American Life Project 5 sono circa 50 milioni gli internauti che leggono regolarmente weblog. Sono prosumer, ovvero produttori e consumatori di informazione, nel momento in cui, presumibilmente, una buona percentuale di loro avrà sentito l'esigenza di tenere personalmente un “diario on line”. E' vero che gran parte dei blog aperti trattano questioni futili e talmente evanescenti da costituire più rumore che altro nella Blogosfera, ma è altrettanto vero che all'apice dei blog più letti e stimati c'è un ristretto nucleo di singoli opinion leader, niente affatto avulsi da altri contesti mediali. Come fa notare Granieri (2005), infatti, citando uno studio degli statunitensi Drezner e Farrel, mediasfera e Blogosfera non sono poi così “incomunicanti”: tra i pionieri della Blogosfera ci sono molti giornalisti e redattori 6 che, oltre a tenere quotidianamente rubriche sulla carta stampata, aggiornano costantemente le proprie pagine con una cura ed una expertise tale da essere, oggi, un punto di riferimento per altri columnists e colleghi giornalisti. Stando ad un recente studio della Euro RSCG/Columbia più del 51% dei giornalisti statunitensi accede regolarmente all'informazione proveniente dai weblog e il 28% ammette di ottenere rapidi vantaggi dalla consultazione dei “diari on line” tenuti da altri colleghi. In effetti, tra i soggetti intervistati 7 , più della metà ammette di attingere ai blog per trovare spunti ed idee interessanti (53%) e una percentuale altrettanto cospicua ammette di visitare la Blogosfera per individuare e riportare fatti e news (43%), così come per “dare copertura” ad eventuali scandali (33%). In molti, tra analisti e studiosi di ICT's, hanno sottolineato, in questi anni, le sostanziali “asimmetrie” della Blogosfera: come già anticipato, in definitiva, esisterebbe un “nocciolo duro” di opinion leader (quasi sempre professionisti della comunicazione) che riescono – per expertise e per anzianità on line – a ottenere alti e irraggiungibili scores (in termini di letture e di contatti) da parte degli altri utenti. Il resto sembra essere fondamentalmente rumore, brusio, un fatuo desiderio di ipercomunicatività di moltitudini che non hanno altro di interessante da raccontare a parte il menù delle proprie “colazioni da tiffany” e qualche altro probabilissimo e noioso resoconto. Ciò che qui è importante sottolineare è ben sintetizzato dalle parole di Aaron Kwittken, direttore dell'Istituto di ricerche Euro RSCG Magnet, quando afferma che il ricorso alle informazioni provenienti dalla Blogosfera stigmatizza l'enorme potenziale dei blog nell'influenzare coloro che influenzano (operatori e professionisti del media mainstream). Sembrerebbe una riedizione del famoso modello two step flow di Katz e Lazarsfeld se non fosse che la situazione è fortemente complicata da altri contingenti flussi e dinamiche propri del mainstream informativo occidentale (soprattutto statunitense). In effetti, va detto che tra i risultati più sconcertanti e contraddittori della ricerca sopra riportata vi è il dato relativo alla credibilità dei bloggers: solo l'1% dei giornalisti interpellati li trova affidabili, ma la stima forse risente fortemente di un pregiudizio di fondo verso quello che potremmo definire come il mondo del “giornalismo parallelo”. Dai report di Technorati in merito al rapporto, negli Stati Uniti, tra Big Media on line e blog emerge una costante supremazia dei primi (New York Times, CNN, BBC e Washington Post), eccezion fatta per alcune forti “intromissioni” 8 . Generalmente la Blogosfera, come gran parte delle “stanze” di riflessione” presenti on line, sembra più propensa a reagire, nelle sue conversazioni, ad input esterni quasi sempre indotti dalle grandi narrazioni del sistema mediale principale: è andata così per le primarie dell'Iowa, la decapitazione di Nicholas Berg, le convention per le presidenziali o il ciclone Katrina che ha devastato New Orleans nell'estate del 2005. Altri casi invece, come vedremo in seguito, stanno a dimostrare il potenziale di “contaminazione” e “disturbo” insito in certe news che si fanno spazio nella Blogosfera: ne sa qualcosa la casa produttrice dei lucchetti Kryptonite, fortemente danneggiata da una giusta campagna denigratoria partita da un forum, ospitata da molti bloggers e finita, dulcis in fundo, sulle pagine del New York Times 9 I bloggers più affermati provengono quasi sempre dal mondo del giornalismo e ne conoscono quindi le technicalities. Ciò che qualifica il loro lavoro consiste in un sistema di “citazioni incrociate” e di linkage che rende fonti e contenuti praticamente verificabili e rintracciabili. Al tempo stesso va sottolineato che i bloggers sono principalmente "opinionisti", che basano le proprie argomentazioni su materiali e news rintracciati su altri media. Sono individui caratterizzati da una dieta mediale ricca e raffinata, così come da un'utilizzo avanzato della Rete, sia nella fase individuale di ricerca e acquisizione delle informazioni sia nella successiva fase di socializzazione e diffusione delle stesse. Ciò che effettivamente determina il successo di un blog è la sua eteroreferenzialità, sarebbe a dire l'elevato flusso di link che esso è riuscito ad acquisire e proporre, sia in entrata sia in uscita. Si tratta sostanzialmente di conquistare e mantenere il proprio ruolo di HUB 10 , di snodo di riferimento e di smistamento all'interno di una rete. Gli studiosi hanno stigmatizzato questa tendenza con il motto rich get richer: chi è già ricco (di link, di informazioni, di citazioni, di fama) lo diventerà sempre di più. Da alcune ricerche in merito alle dinamiche di distribuzione delle risorse informative e dei flussi di citazioni attraverso la pratica del linking, è emerso che un ristretto numero di weblog riesce a mantenere la stragrande maggioranza dei link. Secondo Clay Shirky 11 il rapporto è di 80 a 20: il 20% delle pagine personali presenti nella Blogosfera si "accaparra" l'80% dei link. La "regola dei pochi", insomma: i più citati sono i più forti, sono quelli che sopravviveranno e primeggeranno sulle "vetrine dismesse" di altri aspiranti opinion leader. Expertise e reputazione sono le parole chiave per acquisire forza e visibilità tra decine di migliaia di diari che ogni giorno è possibile rintracciare on line. Cosa c’entra la politica, allora, con tutto questo? Su Splinder Italia solo il 4% dei blogger seleziona la categoria “politica” tra i propri interessi. Su scala globale, Technorati indicizza 8710 blog appartenenti alla categoria “politica” e il diario di Beppe Grillo è al terzo posto nella classifica dei più consultati e linkati. Di certo non stupisce più che un comico, per quanto avvezzo alla presentazione di dossier ed inchieste imbarazzanti per amministratori delegati, multinazionali e politici in generale, sia riuscito a rubare così tanto spazio alle leadership tradizionali e a coalizzare un insieme reale di cittadinanza attiva, in grado non solo di discutere on line e controbattere “post su post”, ma anche di incontrarsi nei territori del reale, attraverso la classica modalità del “meet up” e dei “gruppi di affinità”. Indubbiamente, la forza di Grillo oggi consiste più nella vastità ed eterogeneità della sua platea “attiva”, che non in quell’aurea da guru che è stato il motore propulsore dell’affermazione iniziale del suo blog. Sono la comunità e il networking sociale attivato le vere frecce nell’arco dei blogger più affermati: non a caso da un po’ di mesi, molti politici si sono sentiti in dovere di intervenire in merito a proposte e “rumor” pubblicati tra i post del sito, come ad esempio il segretario DS Fassino che il 15 marzo scrive una lettera di poche righe per chiarire la propria posizione in merito al conflitto di interessi. Il tema era stato sollevato dallo stesso Grillo qualche giorno prima, in seguito all’incursione del giornalista Piero Ricca durante un intervento del segretario DS a Torino, incalzato sulla necessità di rendere prioritaria e programmatica la questione. L’arena pubblica costituitasi intorno al blog di Grillo, insomma, ha reso impellente per i soggetti politici la necessità di non ignorare certe “multimedia people's newsrom”, che sembrano ben più profetiche ed attendibili di tante cartacce e sondaggi dell’ultima ora. Tranne alcune rare mosche bianche, la politica nostrana si è finora approcciata alla rete con il timore reverenziale di vecchi animali politici avvezzi più alla “macchina a vapore” del tubo catodico che non alle meraviglie dell’ipertestualità e dell’interattività. Al tempo stesso, non si può ignorare che l’habitus comunicativo del sistema politico stonerebbe con l’estrema libertà di lettura e scrittura promossa dalle più evolute piattaforme tecnologiche. Il blog è un dialogo “tra pari” e trova la propria cifra costitutiva nel meccanismo delle citazioni incrociate e nella mole di commenti e interventi che scaturiscono dagli input immessi. L’esperienza italiana non ha certo brillato per un uso sapiente del mezzo tecnologico da parte della quasi totalità dei soggetti politici. Sono trascorsi 5 anni dall’ultima campagna on line del 2001, eppure l’approccio della politica alla Rete sembra essere la solita riedizione di vecchi format a nuovi strumenti: sono di gran lunga migliorate le architetture web di gran parte dei portali nazionali di partito, progettati da web agencies finalmente professionali, ma l’interattività consentita non è di certo analoga a quella rintracciabile sui siti web di altri soggetti. Se i forum, le chat, le mailing list attivate dai candidati alle politiche 2001 si erano risolti in sterili vetrine dove il “grande assente” era il navigante (Bentivegna, 2002) e se esisteva allora la consapevolezza di dover salutare l’ennesima “occasione mancata” di incontro virtuoso tra politica e nuove tecnologie, oggi non si può sostenere che non vi siano stati progressi rilevanti, ma l’interattività insita nei weblog non sembra affine ai nostri principali leader. Le ragioni di questa affermazione derivano sostanzialmente da una casistica di certo non esaltante. La parabola fallimentare del blog di Prodi – aperto nel febbraio del 2005 e sospeso qualche giorno dopo per mancanza di post (e di tempo) da parte del Professore – è ben stigmatizzata da una regola suggerita dal blogger Paolo Valdemarin12: “se hai un blog e non hai niente da dire, chiudilo”. A un anno di distanza, abbiamo provato a mascherarci da normali e ingenui utenti-cittadini: se su Google si cercano i termini “blog” e “Prodi” si ottiene una lista di risultati in cui sono preponderanti gli articoli e i commenti negativi sulla vicenda. Ecco un esempio di quanto nel Cyberspazio sia facile incappare in un boomerang. Esistono, infatti, altri due possibili inconvenienti in cui potrebbero imbattersi i nostri politici: il rischio di non ottenere visibilità e partecipazione (che potremmo chiamare un “difetto di memoria” e partecipazione); il rischio che nel grande calderone delle pagine web indicizzate dai motori resti traccia solo dei giudizi negativi e delle attack news sul diretto interessato (indubbiamente un “eccesso di maligna memoria”). Suonavano, tuttavia, ragionevoli le parole di Giulio Santagata, all’indomani della chiusura del blog. “Abbiamo capito che Prodi non aveva abbastanza tempo per lavorare seriamente al blog. E siccome non volevamo prendere in giro nessuno, abbiamo deciso di sospendere l’esperimento”13. E’ evidente che non può esistere alcun dispositivo di comunicazione, potenzialmente interattivo, senza spazi e forme di aggregazione e partecipazione sociale: fuori da questa consapevolezza i blog dei politici rischiano di risolversi nel più classico dei comunicati stampa, lasciando alla porta la voglia di partecipazione e di politica emersa con le primarie del 16 ottobre scorso. Senza scomodare l’esperienza statunitense di Howard Dean (tutt’altro che fallimentare), Il blog di Bassolino14 rappresenta indubbiamente un valido esempio di cura e partecipazione: 10 mila contatti al giorno, oltre 2.000 commenti e messaggi al mese e 205 interventi postati nel corso di un anno. Altrettanto ben fatto, aggiornato e partecipato il blog di Paolo Gentiloni15, mentre l’esperienza del blog di Cofferati a Bologna si è risolto nel solito aborto post-elettorale. Ma cosa pensano i politici che usano (bene) questo strumento? Uno dei più attivi blogger politici d’oltralpe, il socialista francese Domenique Strauss-Kahn16, in una intervista a Netpolitique afferma: “Mi capita di testare delle idee sul mio blog, per affinarle e farne delle proposte politiche. I lettori regolari del mio blog hanno anche potuto vedere evolversi la mia posizione su soggetti diversi come il matrimonio tra persone dello stesso sesso, la prevenzione degli incidenti sul lavoro o la politica degli alloggi in Francia. I commenti sono spesso di buona qualità sul mio blog, e io ne approfitto!”. Dinanzi alla mancanza di tempo che distoglie i politici dalla cura delle proprie pagine web, Strauss-Kahn propone di allargarne la partecipazione ad una community di collaboratori, colleghi ed intellettuali, evitando in tal modo che i pochi interventi presenti siano imputabili ai soliti portaborse e ghost writers che scrivono per il politico indaffarato. Ma non è solo per una mera questione utilitaristica che una simile soluzione potrebbe segnare il passaggio ad una blogosfera politica meno “leggera” di quella a cui abbiamo assistito finora: una blogosfera intesa come catalizzatore di spunti, riflessioni e confronti tra più soggetti. La creazione di “spazi di libertà” all’interno di network affini (e non) servirà forse anche a recuperare quella dimensione conversazionale (ma non salottiera), che dovrebbe essere il primo fondamento della pubblica argomentazione intorno alla Polis. E di certo, in una blogosfera così partecipata, se qualcuno si dovesse alzare e andarsene, sarebbe solo off line per un po’. Lorenzo Pierfelice articolo pubblicato su ISDR (Il Secolo della Rete) A cura di Arturo Di Corinto L’innovazione necessaria pagine: 192 euro: 14,00 ISBN: 88-6084-038-4 Data di pubblicazione: ottobre 2006 visita il sito di ISDR 1 http://www.technorati.com 2 http://www.sifry.com/alerts/archives/000419.html 3 http://www.splinder.com 4 http://journal.splinder.com/ 5Fonte: Pew Internet and American Life Project (2004) consultabile all'indirizzo http://www.pewinternet.org/PPF/r/113/report_display.asp 6Granieri (2005) cita ad esempio Andrew Sullivan (“New Republic” e “New York Times Magazine”), Joshua Micah Marshall (esperto freelance), Jay Rosen (cattedra di giornalismo alla New York University), per non parlare di Dan Gillmor, entusiasta blogger della prima ora e navigato giornalista. 7Le interviste sono state somministrate a 1202 giornalisti statunitensi di newspaper, magazines e portali web. 8Criteri utilizzati e tabelle di riferimento sono consultabili all'indirizzo http://www.sifry.com/alerts/archives/000389.html 9Il fatto è il seguente: un cittadino statunitense scopre che i lucchetti possono essere facilmente scardinati con il tappo di una semplice penna a sfera. La notizia parte da un forum e viene presto captata, ospitata e diffusa su numerosi blog personali. 10 Nella tecnologia delle reti informatiche, un hub, letteralmente in inglese fulcro, mozzo, rappresenta un concentratore, un dispositivo di rete che funge da nodo di smistamento di una rete di comunicazione dati organizzata prevalentemente a stella. 11Lo studio Power Laws, Weblogs and Inequality è disponibile all'indirizzo http://shirky.com/writings/powerlaw_weblog.html 12 http://paolo.evectors.it/ 13 Corriere della Sera, 26 marzo 2005 14 http://www.antoniobassolino.it/ 15 http://www.paologentiloni.it/ 16 http://dsk.typepad.com/ http://www.kapusons.com/document/it/l_insostenibile_leggerezza_della_blogosfera_politica/materiali_comunicazione_politica Fri, 15 Jun 2007 16:11:21 GMT 47c04bd3de2e41cdb5b5d6de74325456 Internet: il guscio vuoto della politica 2007-08-09T12:15:46.3570000+02:00 Come già ampiamente esplicitava Habermas (1992), la cultura della sfera pubblica è troppo complessa per essere compresa attraverso le tecniche interpretative di un solo campo di ricerca. Per comprendere lo stato dell’arte della presenza dei politici italiani in rete bisogna volgere lo sguardo alle trasformazioni della comunicazione politica italiana alla luce delle aperture e delle imposizioni che l’allargamento dei confini tematici dello spazio pubblico di discussione hanno imposto alle organizzazioni politiche. Gli studi sull’evoluzione della sfera politica italiana dal 1994 ad oggi, sforando inevitabilmente nell’attualità politica di preparazione delle tornate elettorali, spesso hanno banalizzato il ruolo di Internet a grande promessa democratica o comunque a territorio separato dal resto della medialità contemporanea. Tant’è che 10 anni di “politica mediatizzata” ascrivibili alla discesa in campo berlusconiana coincidono con il rinnovato trionfo della televisione politica e parallelamente con l’ascesa dei consumi Internet e la diffusione domestica della tecnologia digitale, cui la società civile ha contribuito in modo assolutamente svincolato dalle logiche di governo della politica. Se da un lato (quello dei partiti) si coltivava l’orto televisivo, con l’applicazione ragionieristica della par condicio dovuta in buona parte ad un deficit di autodeterminazione del comparto giornalistico italiano, nel contempo nasceva e si formava la blogosfera e con essa il web politico italiano, fatto di grandi rincorse, scarse risorse tecnologiche, nessun investimento finanziario e la banalizzazione della Rete a surrogato dei media potenti, ultima vetrina da mostrare al pubblico colto e unico appiglio per parlare di giovani (e non ai giovani) in assenza di programmi di investimento sul futuro della ricerca tecnologica e dell’innovazione. Se si incrocia questa riflessione alla considerazione dello scarso o nullo utilizzo del web o della posta elettronica istituzionale, l’avvento del digitale ci fa scoprire di avere in Italia la più antiquata classe politica europea... Le particolari esigenze degli schieramenti politici all’interno di una logica comunicativa nuova imposta dal “vecchio” sistema maggioritario e dagli interventi del marketing politico hanno condotto alla ridefinizione dei principi applicativi delle tecniche di comunicazione e all’utilizzo delle leve strategiche del marketing in un contesto che ha visto come nuova cornice operativa quella fissata dalla legge 28 del 2000, che istituisce la par condicio e nulla legifera sulla politica in Internet e sull’uso dell’email e degli sms come strumenti elettorali. Eppure Internet ha inciso in modo determinante alla proliferazione di un uso politico della partecipazione fuori dai partiti ed è divenuta il perno della dieta mediale di milioni di cittadini, non solo dei novelli leader d’opinione virtuali.Un esempio eclatante è stato fornito dall’incredibile numero di contatti (più di 1 milione nell’ultima settimana prima del voto) che ha consacrato il sito nato per le primarie dell’Unione ( www.unioneweb.it ) come il sito politico più cliccato nella storia del web italiano. Il risultato è stato un inimmaginabile successo di networking politico ma anche la dismissione del sito praticamente già all’indomani del 16 ottobre. La portata simbolica di quest’unico esempio è tale da farci comprendere da subito lo spirito di una politica che usa Internet con la logica televisiva del “tutto e subito”, senza mai governare la corrente e stando ben attenta a non lasciarsi travolgere dal flusso destabilizzante di un popolo delocalizzato di internauti che chiedono maggiore trasparenza e partecipazione. Il giusto corollario di tale atteggiamento è stata l’approvazione della nuova legge elettorale proporzionale in vista delle elezioni politiche del 2006: la sanzione di un distacco definitivo dalla logica della compenetrazione del potere politico con la società civile di cui dovrebbe essere espressione. La vittoria della politica generalista e onnicomprensiva a scapito della tematizzazione identitaria inclusiva e orizzontale tipica delle scelte condivise e aperte, esperite sul territorio del virtuale. Molte analisi aventi come oggetto le elezioni del 1994, avevano mostrato troppo entusiasmo nell’affermazione della politica compromissoria e scarsamente comunicativa della Prima Repubblica, caratterizzata per 50 anni da un sistema di Governo bloccato e immobile. Anche la lettura dei partiti, con molti “eccessi di semplificazione” (Hallin e Mancini, 2004), delle vittorie e delle sconfitte elettorali, è stata deviata da un’ottica mediocentrica non supportata da un’analisi comparata dei mutamenti della società, delle tematiche sociali e delle situazioni materiali (poco comunicative ma spesso drammatiche) dei cittadini/elettori. Proprio la categoria di “cittadinanza” è stata sottovalutata, considerata “non negoziabile” (Privitera, 1997), come se il concetto stesso di partecipazione non sia cambiato esso stesso, passando attraverso la rivoluzione televisiva prima e digitale poi. D’altro canto la ricerca empirica ci dice che la tv ha progressivamente concesso sempre meno spazio all’approfondimento politico negli ultimi 10 anni dilatando lo spazio delle informazioni parlamentari all’interno dei tg, restringendo parallelamente l’offerta complessiva e ingessando le dinamiche di consumo da parte del pubblicoQuesto si è accompagnato alla crisi del sistema dei partiti, il crollo verticale delle tessere d’appartenenza e della partecipazione democratica, dando il via libera al sistema mediale come àncora cui aggrapparsi per sanare i bisogni informativi e di partecipazione. Da qui il boom della telepolitica: i media rispondono alla domanda in una logica d’ascolto e affiliazione dei cittadini/spettatori, considerati poi anche elettori. Le elezioni diventano “game” informativo, confronto e spettacolo sugli schermi di un “neonato” sistema maggioritario, che se possibile, aveva rafforzato il blocco di potere della tv, al centro dell’industria culturale italiana, ritardando l’iinovazione tecnologica del Paese e rincorrendo un modello di sviluppo “a vista” che ricorda molto da vicino le scelte tragiche di investimento sul sistema infrastrutturale su ruote piuttosto che su ferro di cui oggi paghiamo ampiamente il dazio. Internet, in tale contesto, diventa il territorio della diffusione di dinamiche attrattive all’interno dell’elettorato, sganciate dai domini dell’informazione televisiva e più ricettive nei confronti di testi politici comprensivi di tematiche sociali esperibili nella quotidianità. Sembra delinearsi solo oggi l’efficacia di una comunicazione politica che si accompagna al contesto di crescita di un consumo culturale che si fa critico nella sua scelta simbolica, ma che descrive l’impossibilità di guardare e progettare un futuro da parte di fasce sempre più ampie della popolazione. E la sfida della comunicazione politica multimediale si configura innanzitutto come riaffermazione di una sua necessità, nella denuncia delle problematiche pubbliche e nella proposta di modelli di risoluzione di conflitti sociali su scala sempre più globale, che riescano a sprovincializzare il dibattito e le conseguenti decisioni politiche dall’agenda ristretta imposta dalla tv. Come ci racconta Wilhelm (2000), questo è possibile solo anteponendo la dimensione del “disegno” all’enunciazione di una proposta politica: idee e programmi, uomini e professionalità in grado di essere credibili come realizzatori dei progetti comunicati, al netto delle bolle comunicazionali e delle speculazioni da preistoria della new economy cui abbiamo assistito anche all’interno della campagna elettorale appena giocata. In tempi in cui prevale la favola della campagna permanente, la politica torna a fare i conti. L’esito della comunicazione elettorale non si esaurisce nel voto ma nella conferma delle promesse: Berlusconi e il suo contratto televisivo impongono una verifica costante sulle realizzazioni delle promesse della politica, dopo 50 anni di immobilità governativa. Ma in parallelo le dinamiche dell’alfabetizzazione mediatica, legate alla rinnovata consapevolezza dell’attività del pubblico, hanno fatto sì che l’offerta di comunicazione politica non sia stata avvertita come fattore sconvolgente le decisioni di voto, ma companatico alternativo alla rete di relazioni comunicative che i soggetti politici hanno intessuto nella multimedialità che ha ricompreso anche il territorio fisico e le piazze. Ma in questo processo di sedimentazione di immagini, alleanze e uomini, specchi delle relazioni interpersonali che caratterizzavano già la Prima Repubblica, quanto spazio pubblico è definito dalla televisione e quanto da Internet? Nei meccanismi di interazione tra agende del pubblico e della politica, la tv riesce ad essere fattore decisivo con il suo bagaglio di pervasività, latenza e seduttività? O forse ormai le opinioni forti si formano altrove e il tubo catodico costruisce un terreno medio in cui i confini tra le proposte politiche sono resi evidenti solo dalle immagini contrapposte di un faccia a faccia da ultima spiaggia? Il 2006 sembrava configurarsi infatti come l’anno della definitiva transizione multimediale della comunicazione politica italiana, soprattutto a causa delle avvisaglie esperite nelle competizioni di medio termine, in cui per esigenze televisive, la tv aveva perso il trono della traduzione delle scelte elettorali e tornava ad essere terreno di coltura di simboli che già erano nelle piazze e nelle strade. E’ quasi pleonastico ricordare che l’approvazione della nuova legge elettorale ha prodotto un rilevante e subitaneo cambiamento: il ritorno alla tv come arma unica di una politica svincolata ora più che mai dal territorio, con l’assenza di candidati di riferimento e campagne giocate solo nei bacini metropolitani dove si addensano i voti, con le province costrette a guardare lo spettacolo dello scontro politico senza potervi effettivamente partecipare se non con l’espressione di una preferenza asettica sulla scheda elettorale più surreale della storia della Repubblica. Tra informazione e rappresentazione La comunicazione politica viene a configurarsi quindi come un sistema complesso ed integrato in grado di informare gli altri ma anche in grado di essere informati dagli altri: aperto all’ascolto prima ancora che alla proposta. In questa nuova accezione, che scavalca il lato dell’offerta per tornare ad interrogarsi sul livello di strutturazione dell’organizzazione politico-elettorale, lo studio della webpolitica diviene uno strumento di conoscenza non solo delle variazioni quantitative, né soltanto della resa comunicativa degli attori politici, ma studio che ci consente di “vedere” gli elementi caratteristici della cultura di massa contemporanea. Non più avanguardia ma specchio inerme di un Paese in cui l’84% (ISTAT, 2005) della popolazione afferma di guardare la tv e di adottarla come principale, se non unico, strumento d’informazione. Lo schermo, apparentemente “vuoto”, e l’analisi del palinsesto, ci disvelano il collante delle tras(formazioni) degli elementi costitutivi delle argomentazioni quotidiane dei cittadini/elettori. Sui siti dei partiti e degli uomini politici ritroviamo le stesse disattenzioni per i problemi in cima all’agenda dei cittadini, in un cortocircuito di autoreferenzialità costruita nelle griglie di un’informazione generalista che si nutre di continui rimandi tra tv e giornali (basti pensare che quando si parla d’informazione ancora oggi Internet non viene citata da nessuno degli schieramenti politici). Questa sembra essere la giusta continuazione di un canovaccio scritto agli albori della diffusione della stampa in Italia, quando nel nostro paese, a differenza di quanto accadeva nel resto d’Europa, i “fogli” non erano d’opposizione ma veline del governo terreno e spesso di quello ecclesiale. Così oggi la sfera pubblica mediatizzata non sembra interessarsi dei migliaia di blog personali da cui si si dipartono messaggi intergenerazionali troppo spregiudicati per entrare nel circuito “virtuoso” del newsmaking politico. Ma il rapporto tra nuove tecnologie e politica può essere letto anche nella logica della simulazione e non solo della rappresentazione: il digitale non si è dimostrato un canale che di per sé riesce a esaltare gli indici di partecipazione elettorale anche quando si è proposto sotto la veste di voto elettronico. Molto più coinvolgente e gravido di reali cambiamenti è stato utilizzare le nuove tecnologie legate al digitale, come le piattaforme di simulazione dei rapporti politici, assecondando la logica del “game” ma anche permettendo quella interazione mancata sulle questioni della cittadinanza, così come ci mostrano numerose e incoraggianti esperienze di e-government e gli esperimenti di democrazia partecipativa attivati negli USA e oggi approdati anche in Italia[iv]. Così come la telepolitica può configurarsi come punto di contatto con l’elettorato ma non come sostituto delle dinamiche di appartenenza che si sedimentano nel vissuto personale, così la politica on line è un surrogato di rapporti d’interazione svaniti nel mondo reale e che predispongono ad una nuova accoglienza del contatto politico, ma non lo esauriscono nell’esperienza del virtuale. Come la dimensione dell’informazione, che risulta centrale per comprendere la nuova dieta multimediale dei cittadini/elettori, sempre più attivi nel ricercare gli elementi necessari alla giusta comprensione dei processi e delle proposte politiche. Da una ricerca condotta dalla Nielsen Italia (Luglio 2005) scopriamo che più della metà dei surfers utilizzano la Rete innanzitutto per tenersi aggiornati sugli accadimenti quotidiani. O meglio: quando ci si connette sembra essere quasi obbligatorio passare attraverso le maglie di un portale informativo che in qualche modo ci aggiorna circa l’attualità dell’ultim’ora. Questo comporta un riposizionamento continuo del ruolo degli altri media rispetto alla dimensione dell’informazione, all’interno di un contesto in cui i pezzi di mondo da raccontare sono sempre maggiori e la selezione dei contenuti è affidata sempre più al fruitore piuttosto che ai mediatori tradizionali. Anche per l’informazione politica si pone la necessità di trovare forme nuove che ben si adattino alle trasformazioni del pubblico, senza per questo evocare sempre gli spettri degli spot televisivi a pagamento o rimanere costretti negli angusti spazi autogestiti del servizio pubblico. I new politics haves cominciano ad essere percepiti come nuovi mediatori sociali e con loro i media generalisti dovranno fare i conti, se non si vorranno costruire a priori categorie di cittadini più liberamente informati e altri cittadini, bersagli inconsapevoli di una informazione priva di alternative. E di conseguenza meno inseriti nel tessuto politico e decisionale della società. E meno in grado di cogliere le trasformazioni del potere politico e di dialogare con esso. Attivisti e leader d’opinione multimediali I partiti politici in prossimità di ogni evento elettorale rispolverano il tema dell’innovazione e della digitalizzazione come arma programmatica, disattendendo puntualmente coloro che prima degli altri praticano le attività della Rete. L’attivismo della Rete rappresenta oggi una componente distintiva della partecipazione politica che differisce, in modo molto significativo, dal convenzionale attivismo come adesione ad un partito, partecipazione ai movimenti della società civile o a comitati elettorali di base. Il maggior coinvolgimento dei cittadini nella vita pubblica passa attraverso processi tipici dei consumi mediali digitali ovvero passa anche dalla disponibilità in modo immediato e non localizzato di risorse informative per mettere in moto un processo di formazione del dibattito politico. Le stesse caratteristiche del territorio Internet portano ad una partecipazione politica che può non corrispondere alla piena sovrapposizione con le convinzioni di un partito o di un soggetto politico ma può tradursi anche in una più semplice sintonia su argomenti che toccano il vissuto individuale e il coinvolgimento in forme mobilitative che comunque non portano ad una ridiscussione dei valori fondanti della propria esistenza. Internet facilita e arricchisce il dibattito nella sfera pubblica allargando la base partecipativa e costruendo nuove possibilità di impegno politico molto più vicine alla sensibilità contemporanea “in cui non sembra trovare posto la riflessione e la maturazione piena delle scelte ideali” (Rapporto Censis, 2004). L’illusione di sedere al tavolo del potere politico e decisionale appartiene non tanto alla sfera dei cittadini informati ma ai delusi dall’azione partitica che si sono rifugiati nella logica del network e della democrazia senza un centro, in cui la reiterazione dell’opposizione alla decisione finale crea ampi gruppi di discussione con una vita molto breve, tanto che anche per i movimenti sociali nostrani sembra calzare a pennello la dinamica degli one shot activism di matrice statunitense, che funzionano per risolvere problemi contingenti attraverso la globalizzazione della rappresentazione del problema stesso. Tale salto culturale imposto da Internet ci fa percepire anche la natura degli interessi economici per il controllo della rete stessa, che per ora vedono i partiti italiani alla finestra, occupati dalle quotidiani e spossanti contrapposizioni sul servizio pubblico televisivo, quando già la legge Gasparri ha preso atto di una complessità evidente nel panorama della transizione mediale dai sistemi analogici alle trasmissioni digitali. Il ruolo svolto come collante auto-organizzativo delle ICT’s pone un problema per gli istituti classici della rappresentanza degli interessi, come gli organismi internazionali e soprattutto per gli attori principali del processo rappresentativo ovvero i partiti politici. Mentre alcuni postulano la fine inesorabile dei partiti, non più utili come corpo di intermediazione tra cittadini e Stato, per altri autori, la democrazia elettronica non comporta necessariamente la scomparsa delle organizzazioni di associazionismo politico. “Così come i media generalisti alla fine non sono collassati ma hanno in molti casi integrato funzionalità e schemi organizzativi offerti dai media digitali, così il ruolo dei partiti in una democrazia pluralistica, dovrebbe quantomeno rispondere ad un modello di democrazia più deliberativa e partecipativa” (McKenzie, 2005). Ritorna quindi attuale il dibattito sul ruolo giocato dai leader d’opinione all’interno delle dinamiche di propagazione del pensiero politico o quantomeno delle idee forti su cui vengono ad inserirsi le alternative politiche proposte dai partiti. E ritorna attuale una delle considerazioni più popolari che Gramsci ci consegna nei suoi quaderni ovvero che "la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi: come dominio e come direzione intellettuale e morale. Un gruppo può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo quando esercita il potere e anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche "dirigente". L’attualità gramsciana segna il dibattito tutt’ora in corso in Italia circa lo scollamento tra classe dirigente e paese reale, che si riflette anche nelle scelte comunicative avanzate in campo politico, con un discorso che nei fatti resta molto autoreferenziale e poco aperto all’innovazione. La classe politica italiana, senza grandi distinzioni tra i blocchi contrapposti, ha risposto attraverso una deriva mediatica che si è dimostrata ben presto inconsistente a garantire la vera “egemonia culturale” del Paese. I grandi sforzi in termini mediali imposti da Berlusconi al sistema dei partiti hanno mostrato limiti evidenti proprio alla resa dei conti tecnologica, quando le proposte comunicative televisive si sono scontrate con una chiusura tutt’altro che virtuale dei partiti rispetto al dialogo con gli internauti. Il web disvela i meccanismi di costruzione dell’ideologia dominante quando i messaggi politici non vengono posti in forma interattiva e rifiutano il confronto pubblico anche nell’arena virtuale. La vernice comunicativa compiuta sui media generalisti si dimostra inconsistente e si sfarina alla luce dei processi di negoziazione dei contenuti politici resi possibili dall’adozione di Internet. Le metamorfosi comunicative cadono in modo inequivocabile alla prova dei contenuti: la pura forma non sopravvive se non come cornice ideologica. Per citare ancora Gramsci 1933): “per uscire dalla subalternità e dalla propaganda, che spesso sono compresenti, occorre affrontare il programma”, unica variante che consente di affiliare (stabilmente) un elettorato e costruire un corpo sociale di riferimento. E proprio Internet, regno da molti ancora considerato di stampo giovanilistico, partono i grandi movimenti d’opinione che costruiscono quell’attributo inalienabile alla politica contemporanea ovvero la visibilità mediale. Sembra che il vaglio del popolo della Rete sia un viatico inesorabile per l’adozione di forme culturali e di pensiero di certa fortuna su scala più ampia. Oggi attraverso le mail e i weblogs vi sono gruppi che mirano in sostanza al risveglio del popolo da “uno Stato che già Tocqueville nel 1840, precorrendo i tempi, individuava come di apatia, irresponsabilità individuale, rinuncia alla politica e affidamento della res publica a un potere onnisciente e dirigista” (Papini, 2004). A queste aperture non è corrisposto un utilizzo consapevole dei mezzi a disposizione, nell’incomprensione di una nuova dinamica di formazione della coscienza politica, veicolata da nodi e agenzie di socializzazione che fanno parlare alcuni di “sfera pubblica virtuale” costruita a partire dalle community network inventate da singoli cittadini. I leader d’opinione non passano più quindi soltanto attraverso la formazione televisiva o comunque costruita sui media generalisti cartacei, ma si configurano sempre più come “leader multimediali”. La fascinazione legata all’esplorazione di nuove realtà ci deve portare necessariamente a considerare come superata la figura del leader d’opinione cosmopolita categorizzato da Merton più di mezzo secolo fa, sovrapponendo alle caratteristiche dell’uomo della modernità le competenze legate alla sfera della multimedialità. E così il leader d’opinione oggi è colui che abita la molteplicità dei canali informativi ovvero padroneggia più canali informativi, ma non è detto che abbia competenze specifiche su più materie. Più che di leader forse dovremmo parlare di nuovi guardiani dell’informazione, in grado con un click di informare di un fatto/opinione centinaia di persone nello stesso momento e senza bisogno di verifica. Internet si configura come il regno della parzialità ma a differenza della tv la Rete lo ammette e non si spaccia come servizio pubblico o pedagogo da ascoltare in silenzio senza possibilità di smentita. Essere in Rete vs Fare Rete Al di là dell’auspicata emancipazione da schemi culturali oramai vetusti, la politica contemporanea ha dovuto fare i conti con una nuova realtà comunicativa. All’interno di un universo in cui la navigazione non è riconducibile alle classiche distinzioni socio-demografiche, ed in cui l’appartenenza politica non è una variabile discriminante come per altre categorie di consumo culturale, sono nate le sezioni virtuali di partito, proprio come sono nate le associazioni di consumatori, i circoli di backgammon e le comunità virtuali della prima ora. Con quale scopo? Seguendo quali coordinate di riferimento? Con quale linguaggio? E soprattutto con quali mezzi? La corsa all’innovazione, il desiderio di una visibilità potenzialmente senza confini, la voglia di tentare anche un’altra strada, uno sguardo più lungimirante rispetto agli altri, l’attrazione per uno “specchio magico” che promette di riflettere l’immagine migliore di noi stessi, l’immagine che noi stessi costruiamo: questo e molto più ha invogliato negli ultimi 10 anni più di 3500 soggetti politici italiani ad allestire un proprio sito web. Nomi noti e meno noti, sezioni storiche e giovani club. Tanti hanno tentato la strada virtuale: alcuni hanno solo provato l’ebbrezza del nuovo e poi intimoriti dal vuoto sono fuggiti verso lidi più “reali”, altri si sono lasciati affascinare dal progetto della Rete e una volta entrati hanno cercato di adattarsi al nuovo mondo, a volte anche esplorando campi sconosciuti con grande fortuna. Nell’intreccio virtuale creato dalla Computer Mediated Communication, dove scrittura e oralità flirtano sempre di più, anche gli attori della politica devono rimodellare la loro esposizione mediatica, trovare un nuovo equilibrio che rifletta una dinamica comunicativa basata su una compenetrazione sempre più forte tra tradizione e innovazione. Una nuova comunicazione, più semplice e accessibile, con meno decorazioni ma più incisiva, è proprio il linguaggio che Internet ha contribuito a creare in questi anni. I cultori della lingua provano ribrezzo, ma è un dato innegabile che la Rete ha costruito un linguaggio diretto e sempre più veloce, in cui gli errori possono anche essere tollerati se il risultato della comunicazione si fa immediato e fruibile da più persone allo stesso momento. Ma non è solo una questione di linguaggio ma di “nuova geografia” politica. Agli albori della tecnopolitica, infatti, normalizzazione ed equalizzazione (Resnick, 1998) erano le due categorie teoriche che si scontravano e che ben compendiavano i rischi collegati allo sviluppo della politica in rete. Ma oggi forse siamo già in una nuova fase in cui la centralità dei media risulta essere il substrato ideologico necessario di ogni proposta politica che vuole porsi come credibile. L’affermazione della sfera mediale digitale porta ad un ribaltamento di ruoli tra produttori e fruitori di comunicazione politica: quei siti che facevano sperare in una rinnovata piazza telematica, ben presto hanno mostrato a coloro che li hanno commissionati, la loro pericolosità intrinseca. E così a ruota i governanti del paese reale hanno anticipato di gran lunga il magnate Bill Gates, decidendo per la chiusura degli spazi aperti di interattività (Il Muro di Forza Italia o la bacheca di AN) che pure erano stati utili strumenti in sede di campagna elettorale. Dall’altro lato l’opposizione è cresciuta molto nelle sue capacità di cooptazione della base politica, aprendosi non solo alle tematiche movimentiste ma anche adottando gli strumenti di chi senza altri media-sponsor è riuscito a creare un circuito di informazione che ha trovato in Internet il suo fulcro. Per la politica, Internet fornisce molteplici possibilità applicative. Se consideriamo la presenza virtuale come uno strumento per riavvicinare quelle masse ormai anomiche dal discorso politico, forse commettiamo un errore grossolano perché confondiamo l’utenza di Internet con l’universo ben più vasto e disomogeneo dei militanti. C’è un’intensa vita politica in Rete, ma è prevalentemente un’appendice della vita politica fuori dalla rete. In molti casi sono risultate appiattite le differenze culturali tra i vari schieramenti, proprio a livello locale dove ancora la politica è diversità e identità. La diversificazione dell’offerta non sempre ha trovato un corrispettivo nelle differenze socioculturali più facilmente evidenziabili attraverso gli altri canali di comunicazione. Internet appiattisce queste differenze, costringe i residuati ideologici a mettersi da parte: il layout dei siti, gli inserti multimediali, contenuti leggeri e accessibili hanno cancellato le differenze culturali tra destra e sinistra, soprattutto quando lo strumento non è stato padroneggiato con competenza. E non lo sarà fino a quando non ci sarà uno scatto nell’apertura generale dei partiti all’inclusività di quelle fasce di popolazione apparentemente estranee al discorso politico ma che semplicemente non hanno a disposizione momenti di partecipazione e soluzioni alternative al tesseramento. La natura della relazione costituita dalla comunicazione via Internet sembra dunque essere quella di un nuovo ambiente di comunicazione che per un verso ricalca le caratteristiche della “comunicazione quasi mediata”, ma che per altro verso va in direzione opposta, aprendo a possibilità e forme della comunicazione assolutamente innovative. Internet ci ha fatto scoprire il senso della disintermediazione dell’informazione, ci ha spalancato un mondo di nuove possibilità di scelta all’interno dell’universo informativo. Dall’intermediazione visibile del giornalista televisivo, dallo scritto dei quotidiani e dei periodici preconfezionati, siamo passati ad un’informazione mediata virtualmente e possibilmente interattiva, nel significato più pieno del termine. L’informazione on line, attraverso i blog e i commenti alle news sperimenta l’interattività orizzontale che utilizza questa "metarete" per promuovere la nascita di nuove forme di aggregazione sociale basate su interessi e affinità, su problemi e desideri, rendendo possibile l'ingresso, nella nostra cultura, delle comunità virtuali. Si può ipotizzare che i netizens cresciuti nella dimensione fortemente interattiva ed anche emotiva delle comunità virtuali, non vogliano esaurire il loro contatto con i soggetti politici nel meccanico atto della lettura delle informazioni in periodo di campagna, ma vogliano instaurare quella che Stromer-Galley (2000) chiama interattività di secondo livello: un rapporto permanente che rende alo stesso tempo attanti del processo comunicativo con l’alto e veicoli di informazioni politiche nella società. Internet è quindi fatta dagli uomini, e l’informazione sulla Rete ha già dei padroni ovvero coloro che controllano il mercato reale dell’informazione anche fuori dagli schermi dei pc. E così pure la libertà alimenta già chi nel mondo reale si sente libero: libero di sperimentare, di parlare agli altri, di intessere nuove relazioni sociali e condividere il proprio sapere e la propria competenza. La speranza è che l’eccessiva libertà non diventi un bavaglio, e i siti possano sviluppare funzioni ben determinate: informare, snellire il lavoro dei militanti e ascoltare la voce di chi sta dall’altra parte dello schermo. Davis e altri (1998) hanno sottolineato come la deliberatività di un sistema democratico è strettamente connessa alla possibilità di confronto tra le opinioni che sussistono a livello individuale e tra i vari gruppi di una collettività. È ovvio che Internet, nel momento in cui abbatte le barriere che interrompono il flusso di comunicazione tra gli individui può essere uno strumento utile al processo. Nell’epoca della politica su Internet e fatta in tv, si pone al centro dell’attenzione del dibattito politico anche la possibilità di tornare a parlare direttamente con le persone, coinvolgendole concretamente e non più solo mediaticamente. E il web è lo specchio del ritardo culturale della comunicazione politica italiana, che soffre di una distanza ancora troppo netta rispetto ai percorsi informativi e alle dinamiche partecipative dei cittadini/elettori. La Rete politica si contrappone alla Rete elettorale, fornendo Internet proprio quel terreno che consente alle campagne di farsi permanenti per creare una credibilità diffusa da trasformare in consenso nel momento del voto. La comunicazione politica si fa scambio continuo per non perdere di vista i “desideri” dei sostenitori e dei cittadini tutti, attraverso una continua rincorsa di relazioni e analisi del reale in cui si agisce. Ma poi spesso si tradisce la fiducia degli elettori proprio nel momento della governance quando le porte dell’ascolto dovrebbero essere ancora più aperte e invece puntualmente ci si trova dinanzi pagine vuote e non più aggiornate sui siti dei candidati, giusta appendice di un utilizzo strumentale della comunicazione interattiva. E anche Internet diviene un semplice strumento di propaganda in opposizione ad una nuova relazione che vorrebbe una distinzione tra propaganda e comunicazione politica data dalla temporalità dell’azione, limitata e mirata a raggiungere un risultato tangibile nel primo caso, continuativa e in grado di creare un contesto in cui si svolgono le relazioni politiche, nel secondo. La Rete ci parla quindi indirettamente di un ritorno all’apparato, al porta a porta, alle relazioni mobilitative che accompagnano i contatti umani, a discapito di una politica mediata dalla tv sempre più censoria nei confronti del reale e monodirezionale, nel mondo sempre più dialogico e interattivo degli scambi informativi consentiti da Internet. Ma ci dice anche che tanta strada ancora deve compiersi per vedere definitivamente sconfitta la prospettiva antistorica di una democrazia rappresentativa, che si fa più aperta solo nel momento elettorale e si autoesclude dal rapporto con la società per tutto il resto del tempo in cui svolge il proprio mandato. Forse questo è anche il ridultato di un sistema duopolistico che blocca l’espressione delle capacità produttive multimediali dei nuovi mezzi di comunicazione di massa. In un intreccio tutto italiano abbiamo vissuto 10 anni di campagna permanente che non riconosce come proprie “in toto” le caratteristiche della comunicazione postmoderna ma si affanna in una sintesi forzata di vecchie e nuove tecniche di attrazione elettorale. La sospensione tra modernità e conservazione dello “status quo” agita lo scontro politico in atto, in cui i soggetti politici che godono della maggioranza di governo evitano accuratamente di utilizzare le possibilità comunicative dell’universo delle ICT’s. Perché la telepolitica oramai si configura come universo parallelo che non si è compenetrato con la reale gara elettorale e la politica in Rete continua a viaggiare su binari troppo distanti rispetto alle campagne intraprese dagli stessi soggetti politici nel quotidiano contatto con gli elettori. Spiragli di “videoreti” si intravedono, ma la comunicazione della politica non può ora prescindere dal particolare come base di partenza per rivitalizzare la funzione di catalizzazione degli interessi dei cittadini. Magari non pensando di entrare in Rete ma creando una rete. Possibilmente che duri anche all’indomani di una votazione. Riferimenti bibliografici Blumenthal, S., (1982), The Permanent Campaign, Sinon & Schuster, New York. Davis, R., Owen, D., (1998), New media and American politics, Oxford University Press, New York. Gramsci, A., (1933), Quaderni dal carcere, Einaudi, Milano. Habermas, J., (1992), Fatti e norme, Guerini, Milano. Hallin, D.C., Mancini, P., (2004), Modelli di giornalismo: mass media e politica nelle democrazie occidentali, Laterza, Bari. McKenzie, W., (2005), Un manifesto hacker, Feltrinelli, Milano. Papini, A., (2004), «Democrazia e nuove tecnologie della comunicazione in Rivista italiana di Privitera, W, (2001), Sfera pubblica e democratizzazione, Laterza, Roma-Bari. Privitera, W, (2001), Sfera pubblica e democratizzazione, Laterza, Roma-Bari. Resnick, D., (1998), «Politics on the Internet: The normalization of cyberspace, in C. oulouse, Luke, T.W., (a cura di), The Politics of Cyberspace, Routledge New York e Londra. Rodotà S., (1997), Tecnopolitica. La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione , Laterza, Bari. Stromer-Galley, J., (2000), On-line interaction and why candidates avoid it, International Communication [i] Un indagine condotta nel 2004 su commissione del Parlamento Europeo e coordinato dal prof. Alexander Trechsel si evince come i parlamentari italiani siano all’ultimo posto in Europa come capacità di interazione con i cittadini sulla base dell’utilizzo degli strumenti della posta elettronica istituzionale e degli strumenti a disposizione per le attività di governance. Per l’Italia la ricerca è stata coordinata dalla prof.ssa Sara Bentivegna. [ii] Se si esclude l’attuale stagione televisiva caratterizzata da livelli di telepolitica comparabili in valori assoluti solo a quelli riscontrati nella campagna elettorale del 1994. [iii] Come dimostra ampiamente una lettura in parallelo dei dati Auditel che fanno da corollario alla telepolitica degli ultimi 10 anni. [iv] Da www.vote-smart.org all’italiano www.voisietequi.it http://www.kapusons.com/document/it/internet_il_guscio_vuoto_della_politica/materiali_comunicazione_politica Thu, 09 Aug 2007 10:15:46 GMT 937321614a8f49379204aed14c9ce79b L'incoscienza del virtuale 2007-08-09T12:17:04.7300000+02:00 Le possibilità che le nuove tecnologie possano portare ad un miglioramento del rapporto tra politici e cittadini, stanno tutte nella capacità di entrambi gli attori coinvolti di comprendere le logiche della comunicazione on line Gli schemi che per decenni hanno informato la retorica del discorso politico sono cominciati a cadere proprio negli anni ’90, e Internet ha contribuito non poco alla formazione di una comunicazione politica che, sempre più indirizzata dal marketing, ha dovuto abbandonare la vecchia strada dell’oscurità retorica e ha dovuto confrontarsi con la rivincita della comunicazione di massa. Essere digitali ha aperto nuove prospettive di sviluppo al discorso politico: dall’e-campaigning alle e-polls, i politici sono finalmente entrati totalmente all’interno della cornice massmediatica e hanno acquisito anche una nuova visibilità, che era stata messa in discussione dalla paventata disaffezione dei cittadini, almeno in Italia, nei confronti della politica vista come un mondo corrotto, chiuso e a se stante E, soprattutto, è una strada obbligata per ritrovare dalla propria parte i nuovi leader d’opinione, le nuove élite culturali, che formano la loro coscienza politica anche sulla Rete, e sono incredibilmente interessati all’evoluzione e agli sviluppi delle comunità on line. Giocare questa carta richiede un impegno su più fronti e un cambiamento radicale anche nelle organizzazioni di partito. L’implementazione degli strumenti tecnologici applicati alle dinamiche democratiche, impone un impegno sempre più importante sul versante normativo, ma anche la convinzione che accompagnare il cambiamento vuol dire entrare nel cambiamento ed esserne protagonisti L’organizzazione del lavoro su Internet permette di snellire la divisione dei compiti degli aderenti, crea un nuovo attivismo che prende spunto dai processi che hanno portato alla costruzione delle più grandi comunità virtuali sul web. Si punta al rafforzamento delle opinioni, al reclutamento dei volontari, in un intreccio che collega gli attivisti locali allo staff del partito di riferimento: si prende coscienza che una campagna coordinata attraverso il web è più veloce e permette di rispondere agli attacchi degli avversari in modi e tempi diversi e più economici. Al di là dell’auspicata emancipazione da schemi culturali oramai vetusti, la politica contemporanea ha dovuto fare i conti con una nuova realtà comunicativa. Ma come essere in Rete e non perdere un’identità, cosa comunicare in più rispetto ai media tradizionali? A chi ci si rivolge? Come sfruttare le potenzialità del nuovo medium: tutte queste domande, i pionieri della web politica nostrana le hanno tralasciate. All’inizio bisognava sbarcare sul nuovo continente digitale, e si è scatenata una vera e propria rincorsa ai diretti avversari politici nell’apertura di siti vetrina: ”la disponibilità di una pagina web era uno status symbol da esibire nei confronti dei media tradizionali, dei cittadini e degli altri partiti” (Bentivegna, 1999). Poi Internet ha preso la sua rivincita. Non è possibile, dicevamo, controllare la Rete, ma la Rete vive di regole proprie: accettarle equivale ad essere disposti a cambiare il proprio stile comunicativo, adattarsi all’utenza, rendersi visibile tra gli altri e più degli altri, se non si vuole scomparire. Negli anni ’90, la televisione ha contribuito alla semplificazione della competizione politica, e a farne le spese sono stati i contenuti. Gli spazi d’accesso nei telegiornali e durante i talk show non erano aperti a tutti. Il criterio della notiziabilità si accompagna alle rigide lottizzazioni mediatiche che la politica ha imposto alla tv. Ora Internet ripropone un ritorno alle policies, ma anche una cornice nuova per la presentazione e la diffusione delle proprie argomentazioni. Internet è il regno della creatività, e l’appartenenza degli internauti è sempre in bilico: bisogna sperimentare sempre forme nuove di contatto, e i contenuti non sono più secondari. La differenza fondamentale è che sulla Rete non si pubblica in esclusiva ma semplicemente si affiggono manifesti in uno spazio che è anche di chiunque altro: per accedervi, infatti, e appendervi il proprio manifesto, basta la connessione. Questa differenza fondamentale non è stata ancora ben capita dalla politica e forse nemmeno da tutti gli utenti della Rete. Solo coloro che hanno contribuito alla creazione del web hanno afferrato che l'assenza del broadcast dà la possibilità a una cultura anche locale di diventare planetaria L’affermazione della sfera mediale digitale porta ad un ribaltamento di ruoli tra produttori e fruitori di comunicazione politica: quei siti che facevano sperare in una rinnovata piazza telematica, ben presto hanno mostrato a coloro che li hanno commissionati, la loro pericolosità intrinseca. E così a ruota i governanti del paese reale hanno anticipato di gran lunga il magnate Bill Gates e la sua Microsoft, decidendo per la chiusura degli spazi aperti di interattività (Il Muro di Forza Italia o la bacheca di AN) che pure erano stati utili strumenti in sede di campagna elettorale. Dando un primo sguardo anche alla situazione negli altri paesi europei, possiamo tranquillamente osservare che questa dinamica di apertura/chiusura degli spazi di interattività e delle innovazioni tecnologiche possa essere collegata in modo forte non solo alla disponibilità di altri canali mediatici, ma anche alle dinamiche di alternanza dei sistemi elettorali maggioritari. Una trasformazione radicale che accompagna le democrazie europee nel momento in cui i media generalisti vengono pressati dall’insorgere di mondi di comunicazione più aperti, e che potenzialmente sono in grado di sovvertire il meccanismo di priorità dell’offerta rispetto alla domanda, che ha caratterizzato la televisione e la politica moderna Dall’altro lato l’opposizione è cresciuta molto nelle sue capacità di cooptazione della base politica, aprendosi non solo alle tematiche movimentiste ma anche adottando gli strumenti di chi senza altri media-sponsor è riuscito a creare un circuito di informazione, culminato solo negli ultimi tempi con l’entusiastica esperienza delle Primarie, dove il sito www.unioneweb.it è stato lo strumento principale per la dimensione informative circa il voto e le sue modalità Nel momento in cui si invita la gente a navigare il proprio sito, non si può approntare pagine web non interessanti perché altrimenti l’operazione risulta controproducente. Internet è un’arma a doppio taglio: se ci si investe poco si rischia di fare una figuraccia nei confronti degli avversari, ma se ci si investe molto e non lo si sa padroneggiare, i danni possono essere ancora più gravi in termini di immagine del partito e nei confronti dei possibili militanti Il cyberspazio è dunque il luogo della riproposizione degli assetti politici già definiti nel mondo reale, ma un piccolo sito con una buona interfaccia, indicazioni chiare sul contenuto, una forte identità e una interazione reale, “umana” con i visitatori, può brillare di una luce mille volte superiore (si pensi in tal senso all’esperienza zapatista o ancora al blog costruito con tecnologia Open Source da Beppe Grillo in Italia) alle miriadi di piccoli lampioni non collegati tra loro, quali sono sembrati essere molte volte i siti nazionali dei partiti alleati. Accanto alla difficoltà delle nuove scelte di selezione delle notizie imposte alla tv e ai giornali dalla concorrenza della Rete, la tv generalista fa i conti con la strana condizione di una “detenuta in attesa di giudizio” rispetto alle regole imposte dal sistema politico della lottizzazione e da una realtà sempre più distante dal flusso incessante di accadimenti, curiosità, tragedie e visioni del mondo alternative che animano la Rete. L’autoreferenzialità dei dibattiti televisivi finisce per alimentare anche la separatezza della sfera politica dalla società civile allorché vengono a mancare le discussioni all’interno delle sezioni di partito e la stampa e la tv sono divenuti gli unici luoghi di contatto tra politici e cittadini-elettori. Resta impossibile produrre informazioni, essere all'interno del medium, interagire, essere visti. Internet viene incontro al bisogno di visibilità delle persone perché conferisce ad essi la piena autonomia della fruizione del mezzo stesso. Il concetto di rete coinvolge e tramite l'IP rende i naviganti stessi nodi di una maglia intessuta con i cavi a fibra ottica. La disintermediazione (per lo più apparente) di Internet pone con evidenza il problema della costruzione della realtà che hanno scatenato la sindrome del "Grande Fratello" per la tv, con il timore e anche la constatazione che uno o più soggetti economici e di potere possano controllare la nostra percezione della realtà, e possano intralciare la ripresa di iniziative di espressione più diretta delle opinioni dei cittadini sperimentabili tramite i deliberative polls e più semplicemente con i sondaggi on line o ancora con la semplice attività di link all’interno dei motori di ricerca. Il problema si pone con maggiore evidenza se guardiamo alla monomedialità appena acquisita dall’intero panorama politico italiano, reduce solo da poco da una latente antimedialità spazzata via più dall’esigenza di doversi confrontare con Berlusconi che dalla volontà di aprire nel modo più chiaro possibile al linguaggio e alle forme di comunicazione dei cittadini. Già oggi, con una tv schiacciata su posizioni sempre più da reality show rispetto al racconto della società, il passaggio dal ruolo suppletivo della televisione alle nuove dinamiche partecipative attuabili anche attraverso i new media (anche la tv satellitare) impone un processo di rinegoziazione delle forme della comunicazione politica in cui rappresentazione e sostanza politica si scambiano i ruoli e i posti. E la dinamica positiva di diretto rapporto con l’elettorato instaurato dalle Primarie dell’Unione lasciano intravedere spiragli per l’offerta politica dell’era multimediale chiamata a realizzare nella virtualizzazione delle proposte comunicative, uno scambio politico nuovo, che impone all’interno del sistema dei media e del sistema politico le dinamiche della simulazione, degli avatar, del game. È proprio attraverso quegli elementi che sono mancati alla politica mediatizzata e schiacciata dal cono d’ombra del mezzo televisivo, ovvero tramite la sobrietà e la serietà richiesta di una relazione comunicativa col cittadino/elettore, che quest’ultimo si percepisce attore fondativo del processo di comunicazione e sviluppo, proprio come nell’atto della firma del “Progetto dell’Unione” presso i seggi delle Primarie. [1] Il sito è stato curato da Andrea Draghetti e l’autore ha partecipato alla sua costruzione e rivisitazione in corsa nelle ultime due settimane precedenti l’appuntamento elettorale del 16 ottobre. Ha raggiunto punte di 1.130.000 accessi unici nei giorni precedenti il voto, risultando al momento il sito politico più ciccato nella storia italiana, più dei siti dei partiti dei DS e di AN, nati più di 10 anni fa. http://www.kapusons.com/document/it/l_incoscienza_del_virtuale/materiali_comunicazione_politica Thu, 09 Aug 2007 10:17:04 GMT a69d9aa87ef644b7aff3e6dc09554d78 Tv e politica: detenuta in attesa di giudizio 2007-08-09T12:17:26.2300000+02:00 L’età dei media ha costretto la politica a cambiare stili di comunicazione, sembianze, stili di rappresentazione e di informazione, ha modificato il lessico della politica tradizionale, che ha dovuto fare uno sforzo di totale riposizionamento rivolgendosi a tutti i cittadini, anche coloro che sono meno coinvolti dal processo di produzione delle decisioni e quindi più esposti ad una distorsione del messaggio politico. Comprendere la forma della politica, il senso che oggi si attribuisce alla sfera della composizione e mediazione degli interessi soggettivi che si fanno collettivi, significa comprendere come tradurre le cogenze sociali in proposte per i cittadini: per questo lo studio delle dinamiche comunicative dei media di massa, alla luce dei processi di allargamento multimediale dello schermo tv, diventa la chiave per rinverdire le proposte politiche, spesso inaridite nella sostanza e per questo nella forma. Uno dei punti focali che la ricerca dell’Osservatorio Mediamonitor ha affrontato per comprendere tali dinamiche è quello del potere di costruzione della realtà attribuito ai media. Anche se troppo spesso questo concetto si è trasformato nella visione apocalittica del controllo totale sulle menti del pubblico, del “grande fratello” che scruta e poi obbliga alle scelte di consumo e quindi anche a comportamenti di voto conseguenti. Tali riflessioni sono più il frutto di una “tuttologia” diffusa in cui si sono esercitati importanti commentatori politici e improvvisati esperti di comunicazione, quando invece l’unico punto certo è che esistono una serie di relazioni tra mezzi di comunicazione e costruzione sociale della realtà, che non si esauriscono in rapporti meccanicistici né tantomeno con la prevalenza netta dello schermo rispetto al palcoscenico della quotidianità. Insomma, nonostante i “10 anni che (non) hanno cambiato l’Italia” celebrati solo lo scorso anno da Forza Italia, la politica sembra in qualche modo governare, attraverso dinamiche anche opposte, la comunicazione mediale o comunque riuscire a impostare le priorità nelle scelte che la tv e i giornali continuamente mettono in campo per raccontare gli accadimenti del mondo. Anche nell’era del dominio della tv, le forze che agiscono nel campo politico hanno una loro autonomia e si possono formare opinioni maggioritarie attraverso quello che gli elettori dicono tra loro dei candidati piuttosto che attraverso ciò che i candidati dicono di sé attraverso i media. Essi sono sempre centrali per dare base all’elaborazione di una opinione ma indubbiamente vi è stato negli ultimi anni, contraddistinti da tornate elettorali di medio-termine, un ritorno diretto alle campagne giocate tra la gente e con l’ausilio di centinaia di volontari sul territorio. Anche perché, come nota Morcellini (2005) i media sembrano funzionare meglio per la vittoria politica in caso di forte indecisione elettorale e non quando sono stabilizzate le posizioni in campo, cosa che appare evidente da un’analisi diacronica dei risultati elettorali che si sono susseguiti dal 2001 in poi. In questo quadriennio gli stessi errori condotti dal Centrosinistra prima, e da Berlusconi poi, derivano in buona parte proprio da una lettura superficiale del rapporto tra testo e pubblico televisivo, con una contrapposizione artificiosa tra chi sostiene l’importanza della tv e chi la nega, senza analizzare gli effetti a lungo termine sulla platea televisiva. La politica e i leader di partito sembrano aver appreso una maggiore competenza cognitiva circa il ruolo dei media come canali di trasmissione di massa ma sembrano aver ignorato le dinamiche di formazione della decisione politica, molto più affini a quelle dei consumi culturali che alla logica dell’appartenenza. Alla tv, proprio come alle immagini veicolate dai media in generale, si attribuiscono valori e disvalori, spesso sulla scorta dei risultati elettorali ottenuti: la tv diventa il capro espiatorio di una politica che deve giustificare le sue lacune di progettazione del futuro della società. La cornice di trasmissione dei contenuti rende intelligibile le proposte politiche e soprattutto contribuisce a delineare gli scenari di sedimentazione di tali comunicazioni. Per questo tv e politica viaggiano sempre intrecciate ed in modo più evidente durante le campagne elettorali quando bisogna colmare il vuoto sociale dell’informazione trasmessa durante i “periodi normali”. Nel rapporto sempre più stretto instaurato nell’ultimo decennio, la politica è sicuramente divenuta più adulta e ha migliorato la sua capacità a farsi capire dal pubblico ma sembra che la tv abbia irrigidito i suoi schemi di funzionamento non riuscendo più ad offrire alla politica una ribalta comunicativa tale da porla al centro dei palinsesti o comunque della domanda degli spettatori italiani. Sembra quasi che il marketing televisivo operato dalla politica abbia trascurato le peculiarità imposte dal medium stesso, considerando solo alcune qualità ricettive del pubblico piuttosto che le variabili di competenza testuale e di riconoscimento di genere tipiche di un pubblico maturo. La mancanza di confronto sulle tematiche sociali non fa più della tv il luogo in cui maturano e si esplicitano i cambiamenti sociali. La comunicazione televisiva deve fare i conti con questo rapporto e scambio tra politica e società. La tv procede in questo attraverso semplificazioni continue tendendo a prendere della disputa politica solo una serie di frammenti e suggestioni. Oggi che le elezioni Primarie hanno smascherato la distanza che i media generalisti nell’epoca del duopolio Rai-Mediaset hanno scavato tra loro e il paese reale, il rischio di considerare la tv come un fattore non decisivo del confronto elettorale è altissimo. Proprio come nel ‘96, oggi che si ripropongono 2 vittorie consistenti del centrosinistra alle elezioni europee ed amministrative, non si può affermare che non sia importante: una tale tesi è inconsistente dal punto di vista scientifico e imbarazzante dal punto di vista dell’analisi politica. I messaggi scambiati al di fuori delle reti mediali da soli non acquistano la forza necessaria a divenire deliberativi e non rendono conto della contemporaneità in cui siamo immersi. La vittoria dell’Ulivo nel 1996 comportò rispetto al rapporto con i media una grande involuzione, un tipico errore di prospettiva, “solo in parte determinato dallo stress emotivo della vittoria elettorale” (Morcellini, 1996) e fatto proprio soprattutto dal Centrosinistra: la retorica del camper allora, preludio ad una nuova ondata antimediale scattata non appena il risultato elettorale è stato avverso. Prevalse infatti l’illusione che i cambiamenti sociali raccontati dal voto fossero diventati “buoni” e che gli inevitabili processi di modernizzazione (soprattutto nel rapporto tra esperienza politica diretta e esperienza politica mediata dalla tv) venissero prodigiosamente interdetti dal risultato elettorale. Un’analisi di questo tipo ha comportato due ordini di torti: nei confronti dei media, e in particolare del video, e nei confronti dell’inevitabile passaggio ad una società delle reti comunicative, dinamica non affrontata dalla sinistra persino nel momento in cui il contesto avrebbe consentito di superare le miopie e le resistenze culturali dei più. La retorica del camper ne è stato un fulgido esempio: ha viaggiato e incontrato persone già politicizzate, soggetti della società civile e cittadini già discretamente orientati verso la politica; ha in poche parole dato nuova linfa ai leader d’opinione locali per riattivare le reti sociali territoriali e indirizzarle verso una politica nazionale. Ma è difficile pensare che esso sia stato un ponte comunicativo presso la grande platea degli incerti, presso coloro che fanno dell’apatia politica un carattere distintivo della propria socialità e infine presso quel grande segmento popolare che intrattiene i rapporti con la società essenzialmente attraverso la Tv. Di converso il tir giallo utilizzato da Prodi per le Primarie lascia spazio alla considerazione che esso non ha funzionato in sé ma anche attraverso una rappresentazione mediale di una politica nuova: un mezzo di trasporto che ha utilizzato il più potente mezzo di comunicazione di massa per veicolare un messaggio che altrimenti sarebbe stato minoritario e inefficace. La scelta vincente di non fare di Prodi il contraltare comunicativo di Berlusconi, sembra la strada ritrovata a partire dal 2004, con una parentesi che ha visto contrastare Berlusconi sul suo terreno e attraverso una rincorsa comunicativa fondata su modelli comunicativi ambigui e resi fragili dal divario di mezzi a disposizione tra lo sfidante del 2001 e l’attuale Presidente del Consiglio. Allora la tv diviene centrale non solo a fasi alterne ma è un elemento stabile di comunicazione con il pubblico dei cittadini/elettori che negli ultimi anni sembra preferire una politica che in qualche modo si confronti sui temi di pubblico interesse piuttosto che ad una proposta da televendita senza interlocutori e dal copione già scritto. Non tutto è tv ma lo specchio magico in cui si specchia la realtà del nostro paese è sempre più deformato, se la comunicazione dell’evento Primarie è stata una vera e propria sfida, giocata in uno scenario mediale senza dubbio difficile, in cui vi era la cosapevolezza generale che l’attenzione dei mezzi di comunicazione generalisti nei confronti dell’evento si sarebbe attestata su una soglia decisamente bassa. Tale consapevolezza è emersa con forza sin da quando l’Osservatorio Mediamonitor è stato chiamato a fornire un contributo d’analisi e proposta alla comunicazione delle Primarie, dalla constatazione che non si stava verificando quel principio osmotico tra commento politico e cronaca di un evento, dovuto alla sfiducia nei confronti della democrazia diretta definita dalle colonne dei principali quotidiani iitaliani di volta i volta “inutile, ridondante e addirittura pericolosa”. Questo ha reso ancora più affascinante la sfida su come reinventare forme di partecipazione che dessero spazio al desiderio di democrazia che fasce consistenti di popolazione sentono sempre più impellenti, come recuperare una dimensione emotiva che fosse in grado di riavvicinare i cittadini al mondo della politica anche dal punto di vista delle passioni e dei propri desideri, come sfruttare le nuove teconologie per colmare quei deficit di informazione di cui sempre più spesso i media generalisti sono colpevoli. Ma soprattutto, ed è in questo che consisteva il cuore della sfida comunicativa, rilanciare la speranza di cambiamento per milioni di cittadini attraverso una presa di coscienza forte e partecipata, da esprimersi nella partecipazione ad un progetto distante dalle logiche del retroscena e completamente palcoscenico nei gazebo delle piazze e nei circoli e le librerie aperte a tutti e non solo al pubblico dei lettori. Eppure l’attenzione dei media generalisti, anche il giorno dopo, tranne qualce sporadica eccezione, ha, come si dice in gergo, bucato l’evento, ovvero non ha dato la giusta importanza ad un avvenimento che ha coinvolto milioni di italiani in un atto di grande valore per la vita democratica del paese. Nessuna trasmissione d’approfondimento delle reti Rai e Mediaset è stata dedicata in modo specifico alla giornata del 16 ottobre: i media generalisti hanno bucato l’evento prima, perchè non sono stati ingrado di cogliere quello che piano piano si stava affermando nella cultura del nostro Paese, e dopo, perchè incapaci di valutare la portata di questa grande innovazione e immobili rispetto alle pressioni politiche tendenti a sminuire quanto era accaduto per la prima volta in Europa. Questi errori stanno a significare che spesso il mondo dei media, dello spettacolo, e degli editorialisti, non riesce ad essere in sintonia con larghi settori della pubblica opinione perchè in molti casi sviluppa discorsi altamente autoreferenziali, cioè discorsi per gli addetti ai lavori, che partono dai media per poi tornare ai media stessi senza essere riusciti a captare gli umori e gli interessi di larghe fette della popolazione. Come Osservatorio su media e politica abbiamo in ripetute occasioni notato questo slittamento tra l’agenda informativa dei media e l’agenda dei cittadini, come riflesso di una tendenza di decostruzione della realtà. Ciò dimostra che, quando la politica e soprattutto la sua comunicazione non riesce ad includere nelle proprie routine lavorative strutture ‘altre’ rispetto agli apparati di partito e al mondo informatico generalista, si determinano degli slittamenti che non sono utili nè ai cittadini, nè ai politici stessi. http://www.kapusons.com/document/it/tv_e_politica_detenuta_in_attesa_di_giudizio/materiali_comunicazione_politica Thu, 09 Aug 2007 10:17:26 GMT b94840934aae4bdea3e526e29e98c9b2 Il leader invisibile 2007-08-09T12:17:50.6030000+02:00 Sono passati oltre dieci anni, in Italia, dalla fine dei grandi partiti di massa. Dopo dieci anni di masse (e di leader) senza partiti, si coglie nell'aria una crescente impazienza, nell'attesa del partito che (ancora) non c'è. E, parallelamente, un po' di nostalgia. Di quello che c'era. Proprio come per la tv si attende che torni a rappresentare il Paese che c’è, piuttosto che quello che esiste solo nelle menti dei produttori televisivi e dei rassicuratori sociali. In Italia, e soprattutto nel campo progressista, sopravvive una paura radicata (a dire il vero più tra le élites che tra i cittadini) nei confronti del leader democratico che guida il governo o la coalizione o un partito. Una paura che ha precise ragioni storiche, che hanno a che fare con l’esperienza del fascismo, ma anche in tempi più recenti con la “discesa in campo” del magnate dei media Berlusconi. Infatti, se il primo ha cristallizzato la paura del tiranno, la seconda Repubblica e il berlusconismo hanno celebrato la difficoltà di governare una società divisa tra "comunità di identità" ideologicamente contrapposte e impossibili da pacificare attraverso il ricorso a forme di nuovo consociativismo. Come nota Fabbrini (2005), in realtà, non vi è, ne vi può essere, una democrazia senza una guida: e l’Italia repubblicana non fa eccezione. La questione si è posta in termini più immediati: se risulta una forzatura una guida imposta attraverso l controllo dei nuovi apparati dell’immaginario, resi più multiformi e aperti dall’apertura dei nuovi domini digitali, e costantemente in discussione per le troppe commistioni tra affari privati e responsabilità pubblica, come è possibile contrapporre un nuovo modello e una nuova leadership senza poter contare sull’appogio dei media e forse neanche di tutte le forze politiche che fino ad oggi hanno costruito una guida plurale per lo schieramento di centrosinistra? Eleggere un leader attraverso il consenso degli altri leader è un processo già sperimentato in passato ma che non dà garanzie di stabilità né dal punto di vista della relazione di leadership, sempre in bilico sulla scorta delle espressioni anche personali dei vari leader di partito, né tantomeno rispetto al riscontro elettorale ovvero rispetto all’accettazione piena della guida da parte dei cittadini che si rivedono in quello schieramento politico. Inoltre la partita della leadership cambia nel caso in cui il leader può esercitare la propria posizione per arbitrare tra i vari attori che compongono gli interessi di una coalizione, oppure può esercitarla per trasformare quegli interessi e ricondurli verso nuove direzioni. L’arbitro tra gli interessi è espressione dell’orientamento politico che ha contraddistinto 50 anni di vita democratica italiana, con Presidenti del Consiglio impegnati a mediare tra le richieste dei vari soggetti politici che comprendeva la coalizione del Governo ed è quello che nei fatti sta avvenendo anche oggi con Berlusconi impegnato a barcamenarsi tra interessi confliggenti delle ali dello schieramento di centrodestra. Il secondo modello di leadership è qualcosa che per il momento è stato estraneo alla nostra cultura politica e che era possibile sperimentare, proprio er la paura del capo che ha avvinto il centrosinistra italiano, solo attraverso l’istituto delle primarie, unico momento di legittimazione non di un arbitro ma di una guida Anche l’avvento di Forza Italia e del suo fondatore infatti non deve farci cadere nell’errore di considerare la leadership berlusconiana come una relazione immutabile ma sicuramente come il più fulgido esemio di quella che molti analisti hanno definito come "personalizzazione della politica" nell’arena elettorale e non già di democrazia plebiscitaria come sistema istituzionale: traduzione tutta italiana del modello statunitense, senza copertura costituzionale e senza un vero progetto politico di riforma in senso maggioritario. Viene da riflettere come la comunicazione politica e i media in generale abbiano contribuito a formare una rappresentazione maggioritaria e bipolare all’interno d un sistema che di fatto funzionava ancora in modo proporzionale, con un leader che ha finito per utilizzare sempre di più gli strumenti di comunicazione di massa, e non quelli della politica di partito, per sostenere la propria leadership popolare, scontrandosi poi di fatto con la difficoltà di gestione tutta politica di una coalizione in cui la visibilità degli altri è stata via via oscurata, come dimostrano le ricerche condotte da Mediamonitor sia sulle elezioni europeee che amministrative. Ma una cosa è una modalità comunicativa ed un'altra la natura di un potere istituzionale. Così anche le Primarie giocate il 16 Ottobre 2005 dall’Unione hanno avuto una forte carica simbolica a livello comunicativo e di diretta responsabilità popolare nella scelta ma non hanno avuto un risvolto politico-istituzionale in un contesto in cui addirittura nella stessa settimana in cui si sono svolte è stata proposta e parzialmente approvata una nuova legge elettorale proporzionale. Proprio questo ci porta a riflettere ancora una volta sul ruolo che ricopriranno i media nelle prossime elezioni politiche. Anche sulla base di ciò che hanno seminato in questi ultimi anni in cui gli elettori hanno sancito la sconfitta dei monologhi da salotto (contraddizione in termini dei primi salotti in cui si formava l’opinione pubbliga borghese costruita sul dialogo e la pubblica discussione degli interessi privati). Per tutte queste ragioni all’interno di un sistema elettorale, che solo ora si avviava ad essere maggioritario, l’avvento di elezioni primarie sollecitate dalle coalizioni al loro interno, può essere letto come un passo decisivo verso l’adozione di una riforma in senso presidenzialista. Ed invece la mortificazione di questo anelito di disintermediazione ha trovato un coagulo nella riforma proporzionale del Governo Berlusconi, in cui il potere di definizione della competizione viene definitivamente messo nelle mani dei partiti e il leader resta sullo sfondo come figura comunicativa ma non istituzionale. Guida implicita ma non sancita dalla scheda elettorale Così, il problema del Prìncipe che guida esplicitamente l’esecutivo, dovrebbe ricadere tutto nella sfera del simbolico e della rappresenazione comunicativa, con la tv a fare da territorio di coltivazione di uno scontro personalizzato che non trova nei fatti un riscontro politico. La tv contribuirà al complotto nei confronti dei cittadini/spettatori nella rappresentazione di un reale soltanto simbolico e non politico. Ma nella definizione di questo complotto è forse bene ricordare che oltre ad intrecciarsi, condizionarsi, ricattarsi e sovrapporsi, media e politica sono la stessa cosa. Stessi contenuti, forme, illusioni e deformazioni ottiche: l’agenda della politica è sempre maggiormente sovrapponibile a quella dei tg che a quella del pubblico, in una in distinzione di ruoli e di omologazione di sguardi e di linguaggio. Eppure l’occhio dello spettatore sembra non adeguarsi alla scena e pur non riuscendo a vedere dietro le quinte, cerca scampoli di interazione altrove, con altre agenzie di socializzazione e attraverso altri mezzi. La distanza tra la rappresentazione televisiva della realtà e le zone del Paese in cui il welfare è in crisi verticale, la scuola e l’università barcollano nel buio di riforme a costo zero e gli anziani faticano a fare la spesa di sussistenza. Come si rapporta la politica con queste zone d’ombra della società italiana? Come cerca di riorganizzare il legame sociale? Come cambia a contatto con le grandi trasformazioni tecnologiche del mondo del lavoro e della comunicazione? Come ci fa notare Rovinetti (2004), alcuni rispondono rinsaldando le fila del partito della rappresentazione mediale che genera la visibilità politica, altri non affrontano il problema nella rincorsa elettoralistica permanente imposta come categoria politica, pochi aprono le quinte alla ribalta del territorio. Se la tv ritornerà a rappresentare gli interessi e gli accadimenti che legano le persone nel loro vissuto giornaliero, racconterà anche una nuova consapevolezza maturata anche all’interno di esperienze civili forti, dalle manifestazioni pacifiste all’adesione alle battaglie delle associazioni dei consumatori, dal volontariato sociale al volontariato politico, riscoperto in modo eclatante con l’esperienza delle Primarie 2005. E questa nuova visibilità è l’unica arma che alla tv resta per andare oltre lo schermo della propaganda imposta dai partiti e dai soggetti politici non avvezzi al confronto e al dialogo razionale, cui la telepolitica ha ceduto il passo per troppo tempo, per poi tentare una nuova inclusività proprio ora che siamo a ridosso della scadenza elettorale Sicuramente con le elezioni degli ultimi due anni si è aperta, per il sistema politico italiano, una nuova fase caratterizzata dal ritorno sulla scena politica di un attore in crisi d’identità da almeno un decennio: il partito politico. Tale manifestazione si accompagna ad una tornata elettorale giocata all’interno di uno scenario più vasto che vede una fase di profonda crisi economica progressiva, che ha portato molti commentatori a parlare per il nostro Paese di “declino”. Un declino che coincide con l’arretramento delle forze politiche di centrodestra e soprattutto della colonna portante di Forza Italia, che sembra non riuscire più a coniugare il discorso antipartitico con una realtà istituzionale ingessata da continui cedimenti all’ala estrema della coalizione (la Lega Nord) e dalla perdita dell’appeal comunicativo del leader Berlusconi. Quella transizione da un sistema politico fondato su una logica proporzionale della rappresentanza verso un sistema a carattere prevalentemente maggioritario, iniziata nel 1992, ha mostrato tutte le sue lacune con l’invito di Berlusconi a non votare per i piccoli partiti alla vigilia delle elezioni europee del 2004. Eppure nonostante la difficoltà nella tenuta della leadership, l’unica arma di una politica distante anni luce dei temi dei cittadini ha ripristinato il sistema proporzionale, questa volta addirittura negando ai cittadini la libertà di scegliere il proprio referente locale. Questo comporterà cambiamenti sempre più evidenti dal punto di vista comunicativo e di formazione del discorso simbolico: i tempi della polemica e di esposizione dei candidati saranno scanditi in modo differente rispetto al passato, con un ruolo dei partiti che sarà ancora più decisivo, mentre si giocherà una battagli parallela nell’agone del simbolico in cui Romano Prodi e Silvio Berlusconi torneranno ad incrociarsi, anche se con obiettivi molto diversi. Il Professore dovrà cementare la fiducia che già gli hanno concesso più di 3 milioni di cittadini il 16 ottobre e dovrà fare da scudo ad una coalizione che non troverà posto sulla scheda elettorale ma che necessariamente sarà l’arma in più del centrosinistra dopo l’esperienza del 1996 e del 2001. Il Cavaliere attraverso questa operazione di confronto simbolico riceverà proprio dal suo avversario politico quella legittimazione che non sembrano prestargli molti suoi alleati, soprattutto dopo il rifiuto di primarie della Casa della Libertà. La tv presumibilmente racconterà uno scontro che di fatto non esiste se non nella logica di semplificazione della realtà con cui i media soddisfano i bisogni informativi dei cittadini, creando la cornice comunicativa di quanto accadrà ancora una volta sul territorio al netto della minaccia di una nuova invasione di spot pubblicitari, che riapre il problema della validità della par condicio. Le regole della par condicio sul piano dell’esperienza, della cultura, della professionalità e dell’analisi scientifica sono assolutamente premoderne. E’ però vero che i risultati elettorali non devono essere basati sui rapporti di potere dentro le televisioni e questo non si risolve solo con regole al ribasso sulla tv ma con azioni più intensive sulla cultura politica e sul territorio, unica vocalità in grado di contrastare lo strapotere della tv nella definizione dei rapporti comunicativi e di potere. Il passaggio dei partiti ad una dimensione moderna mette in discussione il criterio di rappresentanza politica tradizionale e la stessa organizzazione. Un partito che realmente voglia realizzare un salto di qualità nella sua capacità comunicativa non può limitarsi ad un’azione di marketing o di cosmesi in termini di aggiustamento della propria offerta. Deve, invece, ripensare il proprio valore nel mercato politico e il proprio progetto di uomo e di società che evidentemente ogni partito dovrebbe avere chiaro e difendere, rendendolo trasparente in termini di comunicazione. Gli uomini politici del passato dovevano essenzialmente elaborare una grande capacità politica, di movimento, di analisi della situazione esistente e anche la forzatura dell’esistente verso un progetto futuro, mentre il politico attuale non può non essere anche un comunicatore. http://www.kapusons.com/document/it/il_leader_invisibile/materiali_comunicazione_politica Thu, 09 Aug 2007 10:17:50 GMT 5a25c5f074c44fb0bdbbaaecdc0f8f1c Meraviglie della Computer Mediated Communication La comunicazione politica alle prese con le peculiarità dei nuovi media. L’empasse è soprattutto culturale ed attitudinale: oltre ad essere una questione di competenza ed alfabetizzazione informatica, giocano un ruolo importante la propensione, da parte dell’audience, all’intrattenimento ed il disinteresse per la politica, a monte dell’introduzione di nuovi e più efficaci canali. 2007-06-15T18:16:14.2200000+02:00 L’immagine del Cyberspazio come luogo virtuale, come interfaccia digitale, grazie alla quale e all’interno della quale, svolgere innumerevoli pratiche, come in una sorta di universo parallelo al reale, è più di una semplice metafora. Parafrasando William Gibson (1984, p.52), si potrebbe affermare che, pur nella sua virtualità, “l’impensabile complessità” del Cyberspazio, con le sue “linee di luce allineate nel non-spazio della mente”, con i suoi “ammassi” e le sue “costellazioni di dati”, centrifugati e centripetati nella condivisione delle memorie digitali, rappresenta, oggi, la nascita e l’affermazione di nuovi territori. Luoghi non fittizi, non meno fisici di quelli reali, virtuali nella misura in cui attualizzabili. Un mondo intero qui ed ora, ma al tempo stesso diffuso nell’ubiquità rizomatica della Rete e delle reti: immediatamente dentro il nostro terminale, nei microchip di una scheda, nell’impressionante sequenza di 1 e di 0 dei codici binari, e irrimediabilmente altrove. “Internet è l’equivalente dell’invenzione di una città”, aveva sostenuto Gibson in quel lontano e quasi siderale 1984. Una città fatta di bit, non di atomi (per dirla con Negroponte), dove sulle autostrade circolano informazioni, non automobili (tanto per usare un’espressione cara all’ ex Presidente statunitense Bill Clinton ed al suo vice Al Gore). E dove nuove forme di anfibi conquistano spazi e rivendicano i diritti di una cittadinanza tutta nuova. Internet, rete, web, e-mail, chat e newsgroup, comunità virtuali non sono solo semplici parole, nuovi termini emersi con la nascita di nuovi mezzi di comunicazione. Navigare, chattare, spammare non sono solo verbi, neologismi presto acquisiti dai vocabolari linguistici e prepotentemente entrati nel gergo ormai quotidiano. Sono qualcosa di più: nella sedimentazione dei discorsi, delle pratiche e dei significati, questi termini, apparentemente neutri ed innocui, possono dare un’idea del grado di attecchimento sociale e culturale raggiunto dalle nuove tecnologie della comunicazione. Una vera e propria rivoluzione informatica, insomma, con la quale presto tutti, volenti o nolenti, hanno dovuto fare i conti. Il Cyberspazio è diventato così una sorta di “west digitale”, una terra senza frontiere verso la quale sono accorsi dagli ambienti più disparati intraprendenti pionieri del commercio elettronico, cuori solitari in cerca di nuovi amori, società, imprese, artisti, professionisti di ogni sorta, naviganti dagli interessi più disparati, dalla pornografia al giardinaggio, dalle prenotazioni on line fino ai massimi sistemi. Ecco, allora, che la politica, intesa come arte del territorio, della sua gestione e dell’acquisizione di consenso negli spazi fisici e mentali, non poteva restare indifferente all’inclusività ed alla connettività del nuovo mezzo. Se, addirittura, l’economia, da sempre tradizionalmente ancorata all’ortodossia di certi meccanismi consolidati, ha visto nascere da una sua costola il fenomeno della Net-Economy, se addirittura la Chiesa Cattolica ha salutato con entusiasmo la prima e-mail papale, era impensabile che l’avvento di Internet non ridisegnasse anche le coordinate e le pratiche mediate, attraverso le quali la politica comunica se stessa, organizza le proprie attività e propone vecchi e nuovi temi. Sul versante della comunicazione politica, in effetti, da tempo e da più parti, si è mostrata preoccupazione per l’innegabile disaffezione dei cittadini al discorso politico, per la loro scarsa partecipazione fattiva ed emotiva agli eventi e ai temi proposti, per il regresso della comunicazione politica, fagocitata dai tempi dello spettacolo televisivo, ai cliché della propaganda e dello schema-game. Una metamorfosi al tempo stesso interna ed esterna al sistema, di cui sarebbe tanto difficile, quanto ridondante, tracciare precise linee di demarcazione. Il mondo cambia. La politica cambia. Come cambiano, si rinnovano, o irrompono nuovi media. In questa sorta di gioco degli specchi, che ruolo potrebbe giocare la Rete applicata alla politica? Se da una parte si può affermare, con Marshall McLuhan (1960), che ogni nuovo medium in realtà porta in sé alcune caratteristiche intrinseche ai media che lo hanno preceduto, e che a volte il nuovo ci permette di scoprire potenzialità inespresse nel vecchio, dall’altra gli emergenti processi e le nuove dinamiche della comunicazione nell’era informatica necessitano di una rinnovata visuale sul fenomeno, perché le modalità comunicative, introdotte dal mezzo, non sono pienamente, se non affatto, riconducibili ai media precedenti. L’ingresso nell’universo digitale passa indubbiamente attraverso le tre parole chiave: • Multimedialità; • Ipertestualità; • Interattività. Se l’informazione veicolata dalla carta stampata può avvalersi solo di testo scritto e fotografia, se la comunicazione radiofonica non può oltrepassare, per ovvie ragioni, le barriere del sonoro e se la tv riesce a stupire e suggestionare mixando audio e video, a discapito della testualità scritta, la multimedialità, consentita dalle piattaforme digitali, sintetizza tutte queste caratteristiche. Testi, suoni, filmati, immagini, grazie al digitale, riescono ad essere compresenti in un’unica narrazione, e ad aprire nuove strade, che fino a ieri parevano utopistiche, alla compenetrazione tra vecchi e nuovi media. Gianfranco Bettetini (1998) ha definito “sintetica” questa capacità, dove per sintetico si intende “la sintesi di apparecchiature diverse che fino a poco tempo fa erano considerate assolutamente non reciprocamente interferenti e che con l'avvento delle nuove tecnologie possono, in realtà, interagire”. Trasposti in digitale e centripetati dalla forza aggregante dell’ipertestualità questi contenuti convivono e collaborano al senso e ai percorsi della narrazione collettiva e dei suoi usi personali ed individuali, da parte del singolo navigante. L’ipertesto, inteso come una qualsiasi forma di testualità - parole, immagini, suoni - che si presenti in blocchi o lessie o unità di lettura collegati da link, è essenzialmente una forma di testo che permette al lettore di abbracciare o di percorrere una grande quantità di informazione, in modi scelti dal lettore stesso, e, nel contempo, previsti dall'autore. Il padre fondatore dell’ipertesto, Ted Nelson, ne ha dato questa definizione: “(...) una scrittura non sequenziale, un testo che si dirama e consente al lettore di scegliere(...). L’ipertesto è una serie di grani di testo, tra cui sono creati collegamenti che consentono al lettore differenti cammini” (1992). George Landow, uno dei più interessanti studiosi dell’ipertestualità, invita a non considerare questo elemento dal punto di vista del suo grado di complessità strutturale. “Non si tratta” secondo Landow “di una questione di semplicità del testo, quanto di un avvicinamento del testo al lettore.(...)L’ipertestualità permette pratiche di lettura multi-lineare: non una lettura non lineare o non sequenziale (come nell’affermazione di Nelson), ma una lettura multisequenziale” (1997). A questo punto, l’interattività è un meccanismo automatico: come ricordato anche da Rodotà (1997), rappresenta il mutamento fondamentale nel passaggio dai vecchi ai nuovi media. Essa stravolge il concetto di lettore, ascoltatore, spettatore, la cui passività, da sempre connaturata al mezzo (stampa, radio, televisione), da sempre irrimediabilmente one-to-many, impediva modalità di interazione che potessero anche leggermente modificare l’assetto di una comunicazione che aveva un centro ben definito e limitato di produzione e diffusione. Nell’ambito della comunicazione politica, l’interattività introdotta dalle ICT’s si assesta su 2 livelli: • un primo step, attiene alle modalità di ricerca on line: pratiche tutte nuove, attraverso le quali il cittadino-navigante seleziona, tra l’infinità dei percorsi possibili, un proprio itinerario individuale nell’acquisizione delle informazioni che sta cercando. L’individuo è al tempo stesso fruitore di messaggi ed esploratore e selezionatore nella selva di input comunicativi. In questo caso, il navigante è pur sempre destinatario, ma non più passivo, non più rigidamente legato ai percorsi imposti dal broadcasting: grazie agli ipertesti riesce lui stesso a costruire un senso, a dare dei significati e inventare vettori alle proprie ricerche. • Ad un secondo livello di interattività si attestano quelle pratiche di feedback, connesse alla natura stessa del nuovo medium: l’individuo può partecipare attivamente al processo comunicativo. In tutti i sensi, può entrare a far parte della grande narrazione collettiva che è la Rete, diventando non solo destinatario, ma emittente stesso di messaggi, nel momento in cui partecipa ad un forum, invia commenti, opinioni, critiche, suggerimenti. Al di là dei fin troppo diffusi siti vetrina, sintomo di una carente compenetrazione culturale alle potenzialità effettive del mezzo, è lampante, sia da parte degli users che degli stessi programmatori, webmaster, fornitori di servizi on line e progettisti, l’intenzione di non porre limiti a questo feedback. Chat, forum, newsgroup, e-mail testimoniano un bisogno di comunicazione e di interscambio immediato e trasversale. Indubbiamente, la rivoluzione digitale ha introdotto altri e non meno rilevanti fattori che concorrono a rendere la Rete un unicum sul versante comunicativo: • la velocità della comunicazione; • l’assenza di confini; • l’estrema economicità dei costi; • la compresenza dei due livelli di comunicazione, verticale e orizzontale; • la scomparsa, totale o parziale, dell’intermediazione comunicativa. Applicati alla politica queste features, potenzialmente, delineerebbero il seguente panorama: • I partiti, i movimenti politici, i candidati potrebbero raggiungere migliaia e migliaia di individui più velocemente, quasi in tempo reale, by-passando i tempi asincroni dei media tradizionali ed organizzando un’offerta informativa che, oltre ad essere immediata, potrebbe rapidamente essere aggiornata, approfondita o corretta. • In un villaggio che si fa sempre più globale ed in cui le dinamiche dei processi di mondializzazione travalicano i confini locali e nazionali, dando luogo a coordinamenti organizzativi e ad un’incredibile circolazione di notizie, la politica, nel senso più ampio e nobile del termine, potrebbe trovare nella Rete il corriere più ubiquitario che esista: dai partiti, fino ai movimenti antagonisti, passando per gli appelli telematici delle minoranze e delle vittime dei regimi dittatoriali. Nel gioco globale-locale, la capillarità dell’informazione specifica e circoscritta ad un determinato contesto è quindi di tutti, nel momento in cui essere on line diventa il passaporto per essere in ogni dove. • Per il soggetto politico, la presenza in Rete è indubbiamente meno dispendiosa rispetto a quella, per altro occasionale, sui media tradizionali. Piccoli partiti, gruppi politici e candidati minori potrebbero superare, in tal modo, la morsa dell’invisibilità, congenita ad un sistema mediale e legislativo da sempre governato dalla logica del cronometro e del costo/secondo. Ovviamente anche la Rete ha dei costi, ma sono del tutto irrilevanti se paragonati a quelli delle presenze televisive e, soprattutto, se si dispone di militanti e volontari in grado di costruire siti, predisporre newsletters, mailing list etc. • La rete potrebbe delinearsi, inoltre, come un grande Forum, che sintetizzi due differenti livelli di comunicazione. Tradizionalmente, la comunicazione della politica sui media seguiva vettori top-down, lungo i quali il politico comunicava decisioni, prese di posizione, iniziative etc. Il dibattito orizzontale sulla politica, da parte di militanti, sostenitori o semplici cittadini poteva avvenire nelle sezioni, durante i convegni, nelle assemblee, al bar, a casa, o nelle forme limitate del talk-show. La Rete sintetizza il tutto in una sorta di grande narrazione collettiva sulla politica, dove i due livelli sono compresenti e dove al tempo stesso, nella medesima connessione, possono coesistere messaggi politico-elettore, elettore-politico e tra il pubblico di eguali dei gruppi di discussione on line. Questa coesistenza potrebbe essere portata agli estremi: si pensi alla presenza di un candidato politico nella chat line del suo sito web. • L’emergente cultura di Internet è sostanzialmente responsabile, inoltre, di una nuova tendenza nella dinamica dei rapporti di comunicazione: sta scomparendo, o comunque si sta fortemente ridimensionando, la figura dell’intermediario del flusso comunicativo, di quel soggetto che in un certo senso tesse la trama ed il percorso di fruizione di un testo. Il discorso politico, da sempre filtrato, interpretato, tagliato, montato, certe volte “violentato” e frainteso dallo storytelling giornalistico (da cui le annose polemiche, le smentite, i fraintendimenti, le letture sbagliate), troverebbe in Rete un canale tutto suo per una comunicazione diretta e non mediata da terzi. Anche dal punto di vista dell’utenza, la figura dello storyteller risente delle infinite possibilità di navigazione offerte dalla Rete (Porter, 1997): quando un cittadino è in grado da solo di avviare le proprie ricerche, raccogliere materiali, attingere informazioni dalle fonti più disparate, non pare certo indispensabile che ci sia qualcun altro a filtrare, ad indicargli cosa fare e come interpretare i dati trovati. Questo chiaramente non significa che le vetrine digitali della politica renderanno disoccupati gran parte di commentatori, opinionisti o cronisti del dietro le quinte. Ci sarà semplicemente un canale in più dove reperire un’informazione più dettagliata ed integrale, nel pieno dominio dell’emittente che l’ha prodotta. Ovviamente le meraviglie della Computer Mediated Communication, per esser tali, necessiterebbero di una cultura e di un know-how, di cui ogni nuovo medium in realtà ha bisogno, per marciare a pieno regime. Non è sufficiente, insomma, denigrare la vecchia, e non ancora defunta, comunicazione one-to-many. In effetti, la lunga storia del broadcast e dei suoi flussi comunicativi, che arrivavano al destinatario come risultato di un lavoro di mediazione (con i soggetti politici), di sintesi e rielaborazione (delle issues di publico interesse) e di inter-mediazione (tra sfera della politica e sfera della cittadinanza) ben si adattava ad una società della comunicazione che poneva la propria intelligenza all’interno delle sue agenzie di emissione del messaggio (Scheer, 1997). Con l’avvento delle ICT’s, l’informazione racchiusa nel terminale, per quanto moltiplicata, rischia tuttora di rimanere un tesoro incompreso ed inutilizzato se, come afferma Leo Scheer, non si passerà dalla società dell’informazione a quella della commutazione. Ad una situazione, in cui il centro intelligente del processo comunicativo sappia collocarsi a metà strada tra l’emittente ed il ricevente. L’empasse è soprattutto culturale ed attitudinale: oltre ad essere una questione di competenza ed alfabetizzazione informatica, giocano un ruolo importante la propensione, da parte dell’audience, all’intrattenimento ed il disinteresse per la politica, a monte dell’introduzione di nuovi e più efficaci canali. Sarà, inoltre, di vitale importanza l’affinamento ed il miglioramento strutturale dello stesso sistema: se è vero che l’impianto broadcast è stato fortemente messo in crisi dall’avvento del narrowcast, è altrettanto innegabile che solo il passaggio ad una sistema ottimizzato dal punto di vista della selezione e della scrematura delle informazioni potrà ovviare a questi problemi. In altre parole, si dovrebbe passare ad un sistema pienamente broadcatching, dove tra l’enorme quantità di informazione in circolo, sia selezionata e catturata solo quella che interessa l’utente (Brand, 1987). Sebbene, il tema del broadcatching sia stato introdotto già nel lontano 1987, esso sembra non essere andato oltre i tentativi di applicazione da parte del mondo delle aziende e dei mercati on line che, ricorrendo a volte ai meccanismi non molto trasparenti dei cookies, hanno generato forti critiche ed una chiusura a riccio da parte degli utenti e degli studiosi più sensibili alle problematiche della privacy in rete. Lorenzo Pierfelice http://www.kapusons.com/document/it/meraviglie_della_computer_mediated_communication/materiali_comunicazione_politica Fri, 15 Jun 2007 16:16:14 GMT 4fee4fddf0cf45a1a3dc5bcf9ee8fd2b Nel freddo dell'era digitale "...Non ascoltate chi vi dice che Internet è un lusso. Non è alternativo al pane. Internet ci dà la possibilità di portare conoscenza e nuove opportunità alle persone, ad ogni livello(…)”. 2007-06-15T16:35:22.3570000+02:00 l paradigma di una nuova democrazia rivitalizzata dall’avvento delle Information and Communication Technologies, in grado di fornire strumenti alla partecipazione ed alla rivalsa di masse per troppo tempo passive e schiacciate dagli ingranaggi del vecchio discorso politico, deve necessariamente fare i conti con la realtà. “Il successo del digitale” secondo Morawski (2001, p.25) “allontana le nazioni fra loro e le separa al loro interno”. Un’affermazione molto forte, che però sembra corroborata dai dati statistici delle copiose ricerche degli ultimi anni, che, per quanto talvolta discordanti in termini di valori assoluti, hanno fotografato una situazione di forte gap nella dotazione di infrastrutture tecnologiche e nella necessaria alfabetizzazione informatica. Per uno sguardo d’insieme al fenomeno, molti studi e ricerche partono dall’analisi del numero di host nei singoli paesi, ovvero di quei computer che, rappresentando i nodi della rete globale, sono validi indicatori della dotazione di infrastrutture di ogni paese. L’uso della Rete rimane concentrato sulle due sponde dell’Atlantico settentrionale e in punti isolati dell’Oceania, dell’Asia Orientale e del Medio Oriente. C’è un’evoluzione veloce nell’America Latina – anche se ancora lontana dai livelli della parte settentrionale del continente americano e dell’Europa. Statica, invece, la situazione nel lembo meridionale dell’Africa. In una “zona grigia” si trovano paesi come la Russia e la Turchia, con una densità vicina a due host internet per mille abitanti. Si tratta di livelli di penetrazione relativamente elevati rispetto alla maggior parte degli altri paesi, ma molto bassi rispetto alle aree più evolute (compresa una parte dell’Europa orientale). Il resto del mondo è quasi completamente escluso. Il digital divide si riferisce al gap ed alle disparità nella possibilità di accedere alle tecnologie ed alle risorse dell’informazione, soprattutto ad Internet. Basti pensare che ci sono più Internet host nella sola New York che in tutta l’Africa continentale. Più in Finlandia che in America Latina e nei Carabi (Nazioni Unite, 2000). Sul versante del bacino di utenza, le cose non sono di certo più incoraggianti: a livello mondiale, i naviganti si attesterebbero intorno ai 400 milioni, di cui circa 135 milioni in Europa. Gli utenti italiani oscillerebbero tra i 9 e gli 11 milioni (A.C.Nielsen 2001, Nua 2001). Su 100 abitanti del pianeta, dunque, neanche 10 di loro possono essere considerati utenti Internet. Stati Uniti e Canada, con solo il 5% della popolazione mondiale, rappresentano il 41% dell’utenza di tutto il pianeta, ma altre statistiche addirittura li pongono al 57% (Ilo 2001). All’opposto, in Africa, dove vive il 13% della popolazione mondiale, non si trova neanche l’1% dell’utenza globale. Non bisogna, comunque, ridere delle percentuali minuscole di certi stati o continenti: i pochi utenti di oggi, in una nazione povera, costituiranno il cuore ed il know-how per lo sviluppo futuro di quei paesi. Si può parlare di digital divide anche per la nazione-faro delle ICT’s: negli Stati Uniti, infatti, nel paese con le più alte percentuali di host e di utenza, permangono forti squilibri tra le aree rurali e le aree urbane, tra le varie fasce di reddito, tra particolari strati di popolazione (gli afro-americani e gli ispano-americani sono molto meno connessi degli americani di origine asiatica o dell’area del Pacifico), tra fasce di età (gli anziani hanno percentuali bassissime), tra i sessi ( le donne sono ancora sottorappresentate) . Questo dimostra che il divario digitale non dipende solo dalla possibilità pratica di acquisire strumenti tecnologici (la cui rapida diffusione sta spingendo il mercato ad abbassare sempre più i prezzi e a renderli di certo più accessibili). E’ fondamentale la sensibilizzazione al mezzo, l’acquisizione di tutte quelle conoscenze e quegli indirizzi cognitivi che possano rendere Internet non solo un mezzo alla moda, ma anche un mezzo che serva a qualcosa e che dia dei vantaggi. Secondo Maldonado, “(...) si può ricorrere ad una nuova terminologia e definire queste due categorie come info-poveri ed info-ricchi ed è una differenza che è all'interno del nostro stesso mondo occidentale”(1997). Il cosiddetto know-how, insomma, si appresta ad essere il cavallo di troia verso una società più consapevolmente informatizzata (e quindi informata). Per altri, come Negroponte (1995), la frattura è puramente generazionale: chi si trova fuori, al freddo nell’era digitale, probabilmente non è escluso per via dell’educazione o del reddito. E’ semplicemente arrivato troppo presto sul pianeta. In effetti, il dato italiano sembra confermare una maggiore predisposizione dei più giovani ad usare la Rete. In particolar modo la fascia compresa tra i 14 ed i 19 anni (l’11,3% dell’utenza totale) si è mostrata la più attiva, con una media di 5-6 ore di collegamenti mensili. Gli ultra cinquantenni rappresentano una fascia di utenza emergente: nel 2001 sono cresciuti dal 6% all’8%, cercano soprattutto notizie ed approfondimenti (Jupiter MMXI 2001). Negli stessi Stati Uniti, il gap è anche geografico: la bit generation si concentra nei due poli principali della Silicon Valley (California) e di Silicon Alley (New York). A questo punto, potrebbero sorgere dei dubbi: perché molti analisti stravedono per quelle 6-7 persone su cento che almeno una volta nella vita sono andate in Rete, e non si mostrano altrettanto preoccupati per quegli altri 70 che non hanno mai sentito parlare di internet? Come si può considerare epocale e rivoluzionario un fenomeno che riguarda così poche persone ed aree geografiche così ristrette? Come si può pensare che anche quei 2,8 miliardi di persone che oggi vivono con meno di 2 dollari al giorno (World Bank, 2000) possano avere un qualche interesse alle magnifiche sorti e progressive dell’occidente e delle società industriali? Tutte queste domande non esulano dalla riflessione, già avviata, sulla tecnologia applicata alla politica. Ed immediatamente sorgono nuovi dubbi. Come si può esaltare la portata rivitalizzante della Rete per le malandate istituzioni democratiche, se attualmente essa stessa si dimostra una strumento impari e chiaramente segnato dalle disparità economiche e sociali? Perché i soggetti politici dovrebbero investire denaro, tempo ed energie per un mezzo che non assicura loro una piazza costante e socialmente omogenea? In effetti, il profilo del navigante medio corrisponde ancora all’identikit di un individuo occidentale, maschio, giovane, di cultura e reddito medio-alti. Stando così le cose, forse sarebbe opportuno ricontestualizzare il problema, nella consapevolezza che la Rete al momento è prerogativa di pochi e le sue dinamiche non sono estendibili nemmeno alla totalità della nazione più moderna e tecnologizzata. Che senso ha allora guardare a queste piazze telematiche che tanto affollate non sono? La risposta a questa serie di perplessità è una constatazione: in effetti, si ha come la sensazione che le ICT’s e la Rete, considerate in ottica mondiale, siano più una potenzialità ed una scommessa, che un’immanente grande trasformazione. Immediatamente si viene richiamati ad una realtà in cui gran parte del mondo è ancora disconnessa e, sebbene gli analisti prevedano ritmi di crescita dilaganti su scala planetaria, bisognerà interrogarsi su quanto i futuri utenti possano avere le capacità e la voglia di affollare le piazze elettroniche. Al momento, quindi, come al solito va ribadito il carattere potenziale del mezzo e, come fatto notare da McChesney (1996), la parzialità, limitata dal digital divide, della sfera pubblica elettronica. Qualcuno sostiene, inoltre, che i luoghi virtuali, dove oggi si discute di politica e di temi di pubblico interesse, assomigliano più a club privati, che ad agorà elettroniche (Resnick, Margolis, 2000). Ciononostante, non è certo avventato figurare scenari in evoluzione rispetto a quelli che le ricerche hanno fotografato. I dati sulla crescita impressionante delle reti e delle infrastrutture, il grado di penetrazione sociale, la crescente alfabetizzazione informatica, incoraggiata anche dall’aggiornamento degli ambienti educativi e formativi, l’inarrestabile processo di mondializzazione dei mercati, delle infrastrutture e dei consumi culturali, sembrano indicare una linea di sviluppo che difficilmente potrà restare confinata agli attuali paesi più industrializzati e tecnicamente evoluti. Basti pensare che la radio ha impiegato 38 anni per raggiungere 50 milioni di persone, alla televisione ne sono occorsi 13, Internet è stato adottato dallo stesso numero di persone in soli 4 anni. La frattura tra “coloro che possono e sono in grado di farlo” e “coloro che non possono e non lo sono” è una sfida globale, attualmente già in atto e che vede come astanti figure ed istituzioni, i cui propositi non sempre scaturiscono da filantropia politica e solidarietà, ma che comunque stanno da anni considerando il problema al primo posto in agenda. Ovviamente, anche il dibattito sul digital divide è nato e si è sviluppato in America, dapprima come semplice intuizione, confermata dai dati, che si stesse scavando un forte solco tra haves ed have nots. Successivamente, il tema ha destato l’interesse delle alte sfere delle amministrazioni nazionali e governative. A partire dalla seconda metà degli anni ’90, la Casa Bianca, attraverso i discorsi di Bill Clinton ed Al Gore, ha iniziato a mostrarsi sensibile al tema del divario digitale. Non appena gli annuali rapporti sull’utenza nazionale hanno cominciato a raccontare di una situazione più rosea e di un bicchiere ormai mezzo pieno, il governo Usa ha cercato di esportare questo obiettivo interno su scala planetaria , sensibilizzando l’opinione pubblica internazionale alla necessità di approntare piani di sviluppo e di dotazioni tecnologiche per tutti quei paesi “in ritardo”, che rischiavano di “sprofondare in un medioevo dell’informazione” . L’idea vincente che si è fatta strada è che le ICT’s possano aiutare i paesi più bisognosi a saltare alcune tappe nel cammino verso lo sviluppo. Non pochi hanno visto, nelle nuove tecnologie ed in un mondo sempre più connesso, la possibilità di un’apertura naturale al confronto, a sistemi di governo più democratici, rivitalizzati dalla necessaria trasparenza richiesta dai mercati dilaganti, forieri di ricchezza e benessere. Secondo Resnik e Margolis (2000, p.210), “lo sviluppo economico stabilizza e promuove i regimi democratici. Ironicamente potrebbe essere l’aspetto commerciale (…) ad avere più profondi effetti sull’incremento e sull’affermazione di regimi democratici (…)”. Internet, inoltre, potrebbe aiutare i gruppi dissidenti nelle società autoritarie. Il vero potenziale politico del Net potrebbe emergere di più in aree sottosviluppate, dove i mezzi ordinari di comunicazione sono controllati o vietati. La ricetta potrebbe rivelarsi fin troppo ottimistica, ma qualcosa di giusto si intuisce nelle parole di James D. Wolfensohn, presidente della Banca Mondiale: “ Il dibattito sembra centrato sulla questione volete del pane o volete computer? La risposta è che vogliamo entrambe le cose. Dobbiamo guardare alla tecnologia di Internet all’interno del paradigma dello sviluppo.(…) Non ascoltate chi vi dice che Internet è un lusso. Non è alternativo al pane. Internet ci dà la possibilità di portare conoscenza e nuove opportunità alle persone, ad ogni livello ed in tutto il mondo(…)”. Pane e microchip, insomma. Agli antipodi di questa filantropica affermazione, si colloca il presidente della Hewlett & Packard, Carly Fiorino, che al World Economic forum di Davos nel 2001, affermava che il problema del digital divide è solo una questione di buon business, non certo di solidarietà. Insomma, pare evidente che spesso, nel dibattito, soprattutto americano, sul divario digitale, sia esso esclusivamente a stelle e strisce o planetario, non risulti facilmente distinguibile una netta linea di demarcazione tra obiettivi di mercato delle aziende high-tech e politica pubblica a favore dell’high-tech. La speranza è che non si agisca in maniera scoordinata e che si inserisca la questione primariamente sotto l’egida di quelle istituzioni ufficialmente incaricate di occuparsi dello sviluppo (Fmi, Banca mondiale, Onu e sue agenzie, Ocse) e ben vengano finanziamenti congiunti ed iniziative combinate del settore pubblico e di quello privato, purché vigilate e non abbandonate alle probabili speculazioni e ai folli business degli alligatori. I soggetti politici nazionali, nel frattempo, ad ogni livello, dovrebbero agire su due piani: • sul versante esterno alla Rete, promuovere, nei loro programmi, lo sviluppo delle ICT’s, la dotazione tecnologica e l’alfabetizzazione informatica necessaria ad un uso diffuso ed ottimale del mezzo; • sul versante interno alla Rete, usare gli strumenti da essa offerti, nella consapevolezza che l’humus che si è venuto a costituire, pur non rappresentando un bacino quantitativamente rilevante, testimonia l’esistenza di un pubblico qualitativamente attento alle issues e alle trame del discorso politico. In definitiva, conoscere i bisogni, i gusti, le aspettative e le pratiche digitali dei netizen, disposti ad acquisire informazioni politiche on line, è oggi di vitale importanza per partiti, candidati e gruppi di interesse. Solo la consapevolezza di questo assetto potrebbe evitare alla politica di girare a vuoto, senza metà e senza incisività, nei vasti territori della Rete. Lorenzo Pierfelice http://www.kapusons.com/document/it/nel_freddo_dell_era_digitale/materiali_comunicazione_politica Fri, 15 Jun 2007 14:35:22 GMT 1de57fa599e0419ebcbe9c7b4c18186f E campagna fu! Le elezioni in Tv Il pluralismo è salvo, la democrazia pure e l’audience non va più giù del solito. Scegliete signori: preferite la guerra o la campagna elettorale? 2007-06-15T17:16:15.2970000+02:00 Nonostante la “par condicio”, nonostante le limitazioni di palinsesto, dovute all’estate e agli investimenti pubblicitari che rifuggono dalla politica e non attendono altro che la fine di questa campagna elettorale con l’inizio degli Europei di calcio, finalmente la politica prova a scrollarsi di dosso la guerra. Almeno per il momento. Durante l’ultima settimana televisiva col palinsesto “invernale”, quello vero, le trasmissioni di approfondimento, proprio quelle alle quali la legge 28 del 2000 delega il diritto/dovere di parlare di politica in campagna elettorale, con il piccolo accorgimento del contraddittorio e dell’equità garantita dai conduttori, cominciano a trasformarsi in vere e proprie tribune elettorali. Certo, mancano gli Zavattini, i Pintor, i Montanelli, ma i giornalisti di nuova leva (anche se non di primissimo pelo) si sforzano di applicare le regole democratiche del confronto, non sui temi imposti dalla “media logic” ma sui classici temi elettorali dell’economia e della politica interna. Il turbinio delle immagini di guerra è cessato. Tutto d’un colpo sembra che non si muoia più, che anche i terroristi siano in attesa della futura (sperata) risoluziuone ONU che si sta discutendo in questi giorni. Eppure la guerra viene invocata quando si parla di Normandia, di Roma città aperta, della salma irriconoscibile (se non tramite sofisticate indagini) di Fabrizio Quattrocchi, e di Bush (oramai un accostamento classico, che neanche Michael Moore e il suo Bushpetroliere riusciranno a scalfire) La tv ci prepara alla visita (che rischiosa è dir poco) del Presidente americano, attraverso la glorificazione del popolo che ha fatto l’Italia o almeno è stato fondamentale per porre le basi della nostra attuale democrazia. E’ tutto uno sfavillare di immagini di repertorio, spezzoni di film (la Magnani e Sordi i più citati), interviste ai testimoni di quelle memorabili giornate che preannunciavano la libertà e la futura Repubblica. Ma tutto ciò lo troviamo nei meandri neanche troppo nascosti della tv di intrattenimento (ma guarda caso anche sul satellite di Murdoch), proprio quella più seguita dalle fasce politicamente più indecise della popolazione italiana. Ma la tv impegnata, quella “più seria” ha cominciato ad ospitare la campagna elettorale. Ballarò, LunedItalia, Primo Piano, Dieci Minuti, SuperPartes e molto altro ancora: siamo sicuri che si parla poco di politica? Siamo proprio sicuri che gli Italiani arrivino alle elezioni senza informazioni precise per formarsi la loro decisione di voto? Dipende da cosa raccontano queste trasmissioni. Fino all’altro giorno ci raccontavano di spaccature del centrosinistra sull’Iraq, di “svolta” della crisi irachena” col viaggio di Berlusconi negli USA, dei morti italiani a Nassiriya e della missione di pace che è diventata di guerra. Zapatero era già sparito da un pezzo…Oggi cosa ci raccontano? Ci parlano di giustizia? Solo 2 trasmissioni dedicate allo sciopero dei magistrati. Allora ci parlano di Montezemolo? Anche qui servizi di terza pagina nei tg e lo stoico Primo Piano. Ci mostrano la crisi economica del Paese che i cittadini vivono nelle loro tasche e nelle loro case? Forse, ma è sempre guerra di cifre e interpretazioni contrapposte delle dichiarazioni del presidente della Confindustria e del Governatore di BankItalia. Ci fanno vedere i congressi di partito? Forse! Alla convenzione ulivista è stato dedicato un quinto dello spazio dedicato alla tre giorni berlusconiana culminata col sommo discorso del premier (premier non leader di partito: altrimenti i tg non potrebbero mandare in onda spazi spropositati ad un candidato…). Berlusconi inoltre è stato proprio sfortunato perché la gloria artificiale costruita all’interno del Forum di Assago è stata addirittura minimizzata da un povero cuoco campano andato a morire in Arabia Saudita proprio mentre il Presidente del Consiglio si apprestava a monopolizzare i Tg della Domenica. Questa volta gli attentati sono sicuramente di sinistra (sembrerebbero aver ragione Bondi e Schifani)! Ma fino all’altro giorno la guerra era un attentato politico-mediatico che ha rischiato di decapitare l’intera leadership in costruzione dell’opposizione politica italiana (leggi Prodi). La tv inoltre fa un altro grande piacere a Berlusconi: il suo braccio destro alzato per due minuti alla fine del discorso al popolo forzista non è stato mostrato se non da Rete4 alle 3 di notte tra Sabato e Domenica. Ai comuni mortali solo le briciole dell’invito a non votare i piccoli partiti alle prossime elezioni. Forse quello passato su Rete4 era un filmino di famiglia, girato a futura memoria della stirpe di Arcore o forse abbiamo captato una frequenza pirata accessibile solo ai bagetbozziani (popolo che governa nella galassia parallela e la cui costituzione è il De propaganda fede del 1994) : ci scusiamo per non aver rispettato il coprifuoco mediatico e di essere rimasti svegli a cercare pillole di democrazia nella tv della notte. Il pluralismo è salvo, la democrazia pure e l’audience non va più giù del solito. Scegliete signori: preferite la guerra o la campagna elettorale? Mettetevi d’accordo: la guerra a chi fa comodo? Alla destra perché i nostri militari sono lì in missione di pace? O alla sinistra perché i morti ci dicono che stiamo sbagliando a rimanere lì? In attesa che durante l’ultima settimana si parli di immigrati (gli sbarchi sono già iniziati) e qualcuno utilizzi la parola pace (senza appellarla come giusta o desiderabile), in attesa di tante risposte che tardano ad arrivare, il mercato elettorale fa gli sconti: in fondo due ore di attacchi incrociati costano molto meno di un chilo di ciliegie. L’unico prezzo da pagare è qualche milione di neuroni impazziti che non riusciranno più a discernere il 13 giugno tra pacifisti e antiamericani, tra pessimisti e ottimisti, tra interminabili sigle a cavallo di ONU e PIL. Ugo Esposito http://www.kapusons.com/document/it/e_campagna_fu_le_elezioni_in_tv/materiali_comunicazione_politica Fri, 15 Jun 2007 15:16:15 GMT 650f33e2101848a3bb149b6c7985b705 La comunicazione politica tra professionisti e dilettanti Descrizione delle variabili tecnologiche che diversificano l’offerta della comunicazione politica delle sezioni. Differenze e consonanze tra i siti “fatti in casa” e quelli commissionati ad agenzie specializzate 2007-08-09T12:24:30.2800000+02:00 La corsa all’innovazione, il desiderio di una visibilità potenzialmente senza confini, la voglia di tentare anche un’altra strada, uno sguardo più lungimirante rispetto agli altri, l’attrazione per uno “specchio magico” che promette di riflettere l’immagine migliore di noi stessi, l’immagine che noi stessi costruiamo: questo e molto più ha invogliato 780 sezioni di partito ad allestire un proprio sito web. Nomi noti e meno noti, sezioni storiche e giovani club. Tanti hanno tentato la strada virtuale: alcuni hanno solo provato l’ebbrezza del virtuale e poi intimoriti dal vuoto sono fuggiti verso lidi più “reali”, altri si sono lasciati affascinare dal progetto della Rete e una volta entrati hanno cercato di adattarsi al nuovo mondo, a volte anche esplorando campi sconosciuti con grande fortuna. Immediatamente successiva alla decisione dell’apertura di uno spazio in Rete, vi è la scelta dell’investimento. Spesso dimenticando chi sono gli internauti, i militanti che hanno deciso di avviare nuove forme di interazione orizzontale hanno dovuto fare i conti con la dura questione dell’acquisizione delle competenze tecniche (e non solo) in grado di garantire una vita duratura ai loro siti web. Proprio come le radio libere degli anni Settanta o le nuove tv satellitari nate negli ultimi anni sul digitale terrestre, la scelta di un investimento iniziale a basso costo non si è quasi mai tradotta in un impegno continuativo e sempre più strutturato per non cadere nel tranello della banalità e perdere quei già pochi interessati alle proprie attività on line. Per creare e mantenere i nuovi legami “tecnosociali” di militanza attiva, non basta condividere la tessera o votare le stesse mozioni, ma non basta neppure realizzare delle buone pagine web, graficamente allettanti. Bisogna decidere di giocare a pieno titolo al nuovo gioco della Rete: ci si deve aprire a interazioni vere con il pubblico, accettare le critiche, seguire i consigli, praticare il massimo della trasparenza. In Internet, qualsiasi iniziativa va pensata e progettata sulla base della ludicità, avendo sempre come obiettivo la creazione di un'interfaccia "friendly". È estremamente importante che l'home-page non venga appesantita da troppe informazioni: il titolo, le categorie generali delle notizie proposte all'interno del sito, un buon lay-out, una forma chiara e intellegibile. Inoltre occorre indurre i "naviganti" a tornare sul proprio sito. Magari con la promessa (possibilmente mantenuta) di aggiornamenti frequenti, con un "search" funzionante, con una "message board" dove far scatenare i commenti (opportunamente moderati) degli utenti. Sembrerebbe un'eresia parlare di ludicità, soprattutto rapportandoci all’universo della comunicazione politica militante, ma Internet non solo crea nuove esigenze e modalità comunicative, impone anche nuovi strumenti per coinvolgere gli interlocutori, e mantenere le relazioni conquistate nel mondo reale. La comunicazione deve essere efficace, chiara, semplice e ove fosse possibile anche accattivante. Il motivo è sempre lo stesso: non perdere un’identità all’interno di una città digitale in cui non vi sono mai troppi cartelli stradali che indicano la direzione giusta. Se da un lato, le nuove tecnologie della comunicazione permettono una strutturazione della propria identità informativa molto più libera rispetto ai vecchi media generalisti, esse impongono anche delle scelte molto più forti e responsabili circa il materiale da mettere a disposizione degli utenti. Questa nuova comunicazione, più semplice e accessibile, con meno decorazioni ma più incisiva, è proprio il linguaggio che Internet ha contribuito a creare in questi anni. I cultori della lingua provano ribrezzo, ma è un dato innegabile che la Rete ha costruito un linguaggio diretto e sempre più veloce, in cui gli errori possono anche essere tollerati se il risultato della comunicazione si fa immediato e fruibile da più persone allo stesso momento. Nel momento in cui si invita la gente a navigare il proprio sito, non si può approntare pagine web non interessanti perché altrimenti l’operazione risulta controproducente. Internet è un’arma a doppio taglio: se ci si investe poco si rischia di fare una figuraccia nei confronti degli avversari, ma se ci si investe molto e non lo si sa padroneggiare, i danni possono essere ancora più gravi in termini di immagine del partito e nei confronti dei possibili militanti. Il cyberspazio è dunque il luogo della riproposizione degli assetti politici già definiti nel mondo reale, ma un piccolo sito con una buona interfaccia, indicazioni chiare sul contenuto, una forte identità e una interazione reale , “umana” con i visitatori, può brillare di una luce mille volte superiore (ad es. l’esperienza zapatista) alle miriadi di piccoli lampioni non collegati tra loro, quali sono sembrati essere molte volte i siti nazionali di partiti alleati. Ci si è trovati dinanzi ad uno scenario assolutamente non lineare, ricco di contraddizioni, di approssimazioni eppure affascinante per il confronto immediato con la classica pubblicistica di partito e la visione stereotipata del militanti come bestie rare in via d’estinzione. La scelta di sbarcare in Rete in molti casi non è stata ponderata con le effettive capacità di gestione del mezzo e in molti altri non è stata accompagnata dalla reale coscienza degli obiettivi comunicativi da perseguire con l’apertura di un sito web. Tempi di attesa di caricamento abissali, jingles improbabili, ultimissimi derivati di tecnologia grafica, semplici immagini scannerizzate dei manifesti elettorali del passato, copertine interminabili, toni apocalittici, Mussolini, Stalin e Lenin ancora vivi: tutto questo e molto altro si presenta ai nostri occhi non appena si “tenta” di connettersi con i siti delle sezioni. Le home pages nella maggior parte dei casi hanno fornito gli elementi più interessanti per poter comprendere sin da subito l’approccio comunicazionale dei militanti sbarcati su Internet. Tra immancabili dilettantismi e vette di alta professionalità tecnologica, le prime pagine dei siti analizzati hanno fornito la prima chiave di lettura dei contenuti del sito. L’impostazione grafica, l’orientamento del testo, i colori, il linguaggio di programmazione utilizzato (che pesa molto sul downloading della home page), le etichette linguistiche utilizzate per illustrare le varie parti accessibili del sito, la presenza di elementi mobili o di una musica di sottofondo: tutto contribuisce ad immergere il navigante all’interno di un discorso particolare, e a cui probabilmente non è abituato nel mondo di Internet, ovvero il discorso politico, o meglio, partitico. Già queste prime osservazioni, mettono in luce una situazione fortemente squilibrata tra i siti “costruiti” meglio, con maggiori accorgimenti tecnologici, e quelli aperti in modo del tutto artigianale o comunque senza grandi pretese di affascinare durante la navigazione i militanti. E queste considerazioni si ripetono anche per i contenuti, in una situazione ancora più polarizzata, in cui i siti tecnologicamente più all’avanguardia spesso sono quelli che presentano più informazioni e aggiornamenti. All’interno delle presentazioni più o meno formali delle attività delle sezioni vi sono stati casi di illuminata coscienza delle probabili caratteristiche dei naviganti, che hanno portato ad una strutturazione delle informazioni contenute nel sito basata sul ricorso a toni umoristici e capaci di attrarre l’attenzione dei surfers perché dissonanti con l’immagine stereotipata del discorso politico. Internet è il mondo della velocità, dell’aggiornamento, della novità estrema e continuamente rinegoziabile: i siti delle sezioni locali, nel complesso, hanno ignorato tali peculiarità della comunicazione sul web, ma talvolta sono riusciti ad entrare a pieno titolo all’interno della logica del virtuale, non limitandosi soltanto a stare sulla soglia, osservatori inermi dei cambiamenti fulminei che si registravano nel mondo reale. La maggioranza delle sezioni che hanno aperto un sito web si sono rivolte, come era presumibile, ad agenzie di web engineering locali, trovando in molti casi accurate soluzioni grafiche e richiami molto più espliciti al territorio e alla storia del partito, oppure hanno costruito i siti in modo artigianale, come dimostrato dai molti indirizzi Internet mutuati dalle web communities che offrono ospitalità a pagine web di qualsiasi genere e gratuitamente. Questo ha comportato costi nulli ma strutture assolutamente illeggibili, con frames improvvisati, paginoni lunghissimi, banner pubblicitari dappertutto e difficoltà assoluta di reperimento del sito, nel momento in cui gli indirizzi non potevano far riferimento in modo immediato al nome della sezione ma necessitavano una digitazione accurata da parte degli utenti per non trovarsi davanti ad una pagina bianca o nella peggiore delle ipotesi in un'altra pagina ospitata dalla community. In Rete l’identità è pienamente sociale, si costruisce nella reciprocità dello scambio informativo autogenerantesi delle pagine web, degli ipertesti, dei newsgroups, attraverso la velocità e l’infinita ripetitività delle e-mail. Un sito per avere una platea costante, se ben realizzato, necessita di continui rimandi in ogni possibile motore di ricerca virtuale, e comunque deve essere supportato ancora dalla pubblicità dei media tradizionali. Questo cozza con la natura particolare del discorso partitico che di per sé è un discorso di parte e volutamente non universalistico. A farne le spese questa volta è stata la tecnologia e non la politica. Ugo Esposito http://www.kapusons.com/document/it/la_comunicazione_politica_tra_professionisti_e_dilettanti/materiali_comunicazione_politica Thu, 09 Aug 2007 10:24:30 GMT 60ed05f2a807434bb8ea3ca687f4653c Web Polis? Il crescente ricorso, da parte dei politici e di molti “addetti ai lavori”, al termine agorà elettronica ha suscitato dubbi e perplessità in seno agli ambienti più ortodossi della comunicazione politica. 2007-06-15T16:32:09.1770000+02:00 Era pressoché inevitabile che l’avvento delle ICT’s e le nuove modalità introdotte dalla Computer Mediated Communication scatenassero interventi, confronti e punti di vista, che in breve tempo, provenienti dagli ambiti disciplinari più disparati, hanno arricchito e, a volte, infuocato il dibattito sul contributo delle nuove tecnologie alla vita politica e agli assetti democratici delle società coinvolte. Quando nel 1992, il candidato alle elezioni statunitensi Ross Perot lanciò l’idea di un “Electronic Townhall”, una sorta di assemblea elettronica permanente, che avrebbe dovuto coinvolgere attivamente la cittadinanza, il dibattito, dapprima puramente accademico, sulle forme emergenti del fare e del comunicare politica, sembrò sdoganato a livello internazionale, soprattutto alla luce dell’incredibile percentuale di consensi, che Perot riuscì ad ottenere ( un 18,9% inusuale per un candidato che non si era presentato alle primarie e che non aveva alle spalle le strutture e l’humus di Democratici e Repubblicani). A soli due anni di distanza, Paul Virilio (1994) giudicava la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi un “colpo di Stato mediatico”, ponendo l’accento sul rapporto tra propaganda e mezzi di comunicazione. Precedentemente, Collor de Mello, fiancheggiato e addirittura inventato candidato dalla sua Rede Globo, era stato eletto presidente della Repubblica in Brasile. Il caso non aveva destato molti commenti da parte di massmediologi e politologi, magari perché le democrazie e le istituzioni nostrane sembravano ben più mature e navigate degli umori di una qualche lontana “Repubblica delle banane”. Che il cuore dell’Europa repubblicana, invece, e gli stessi Stati Uniti, con le proposte di democrazia elettronica avanzate da Newt Gingrich, si mostrassero sensibili ad un nuovo modo di intendere i media, le tecnologie e la comunicazione politica, imponeva la definizione di un nuovo paradigma interpretativo. Ovviamente, nel caso di Berlusconi e del Presidente brasiliano, non ci si riferiva direttamente alla Rete, bensì a come la presenza ed il potere mediatico avessero potuto stravolgere i consueti meccanismi della propaganda. Cosa stava succedendo alla politica? Poteva l’arte del logos, per antonomasia, stravolgere la propria vocazione per i contenuti ed assecondare una nuova retorica della comunicazione? Erano casi isolati, o la compenetrazione con le strutture mediatiche stava imponendo nuovi percorsi alla conquista del consenso? Per quanto attiene la realtà della Rete, il crescente ricorso, da parte dei politici e di molti “addetti ai lavori”, al termine agorà elettronica ha suscitato dubbi e perplessità in seno agli ambienti più ortodossi della comunicazione politica, dove da sempre si è sostenuto il carattere intermittente della partecipazione. L’idea di questa grande ininterrotta piazza telematica che, secondo un richiamo generico ai principi della democrazia continua, potesse incarnare, in una realtà capovolta, l’onnipresente occhio di orwelliana memoria, sembrava un’idea populista e circoscritta. Tuttavia, si è riproposta in chiave moderna “l’eterna dicotomia” tra apocalittici ed integrati, circa gli effetti e le ripercussioni del nuovo medium sulla cittadinanza, le istituzioni e le pratiche di partecipazione alla vita politica e civile. Sarebbe riduttivo sintetizzare le molteplici coordinate del dibattito in una rigida ripartizione tra tecno-fobici e tecno-euforici, ma in effetti, dalle affermazioni di gran parte dei politologi, massmediologi, giuristi e studiosi, si evincono sostanzialmente due posizioni contrapposte. Da una parte, vi è la schiera di coloro che sostengono, in maniera più o meno entusiasta, la possibilità di una rivitalizzazione dell’interesse e della partecipazione alla politica, intesa, secondo l’originaria accezione greca di polis, come luogo della discussione e del pubblico dibattito tra legittimi cittadini. Dall’altra, i dubbi e le perplessità di coloro che richiamano all’attenzione circa i rischi di distorsione e di manipolazione dei cittadini, connaturati alle nuove modalità ed alle pratiche di comunicazione, veicolate dalle nuove tecnologie. Nel 1993, Rheingold era uno dei principali divulgatori dell’idea di rinascita: “La CMC potrebbe avere la capacità si sfidare il monopolio della gerarchia politica sui media, rivitalizzando così la democrazia basata sulla cittadinanza attiva” (p.14). Già precedentemente, Dertouzos (1991) aveva esaltato le possibilità che la Rete avrebbe offerto ai cittadini, in cerca di canali attraverso i quali esprimere idee, critiche e richieste. Sul versante di queste due affermazioni, appare evidente l’entusiasmo non tanto per l’uso che i politici avrebbero potuto fare della Rete, quanto per la potenziale capacità rivitalizzante che questa avrebbe avuto sulla cittadinanza. Insomma, si tratta indubbiamente di una rosea prospettiva, soprattutto in tempi, in cui da più parti si è mostrata preoccupazione per la disaffezione dei cittadini alla politica e lo scarso grado di partecipazione ai suoi appuntamenti. Ma, come qualcuno ha fatto notare, non sempre ciò che è in potenza trova le strade per attualizzarsi realmente, soprattutto in presenza di forti spinte di segno opposto (Bentivegna, 1999). Appariva senz’altro più disincantata la lettura di Neuman (1991), quando invitava a non eccedere troppo in automatismi gratuiti tra le potenzialità del mezzo e l’effettivo uso che gli utenti ne avrebbero fatto: in effetti che Internet veicoli una grande quantità di informazioni sulla politica e permetta forme di partecipazione più immediate, è tanto vero quanto non direttamente connesso ad un’effettiva richiesta dell’audience. In definitiva, siamo proprio sicuri che la disaffezione alla politica possa essere combattuta, introducendo solamente un grande contenitore di informazioni ed aspettando che il comune cittadino, ora computerizzato, ci si tuffi dentro a capofitto? Oppure, come spesso è accaduto per altri mezzi di comunicazione, a rispondere positivamente sono prevalentemente coloro che già erano interessati? Forse sarebbe opportuno uno sguardo più obiettivo all’uso “reale” delle nuove tecnologie da parte degli utenti, come faceva notare Sclove (1995), nonché un’accresciuta consapevolezza circa il fatto che un incremento sostanziale dell’apporto informativo pone problemi sia a livello della ricezione e rielaborazione dei dati da parte dell’audience che dal punto di vista dell’effettiva qualità dei pacchetti informativi. Essi, infatti, non acquistano un’investitura di attendibilità, per il semplice fatto di essere stati immessi in Rete. In tal senso, appaiono fondati i dubbi e le perplessità di alcuni studiosi, circa la presunta portata “democraticizzante” delle ICT (Neuman, 1991, Graber, 1996). Anche Resnick e Margolis (2000) si mostrano scettici sull’effettiva predisposizione e volontà del cittadino ad acquisire ulteriori informazioni su pubbliche issues. E’ tuttavia comprensibile l’idea stessa che le nuove tecnologie sembrano portarsi indelebilmente addosso, sarebbe a dire quella di essere foriere di una forza comunicativa attivabile, con estrema facilità, in qualsiasi momento. La parola democrazia trasposta in Rete suscita immediatamente l’immagine di un’opinione pubblica in costante ascolto: “una democrazia del pubblico o dell’opinione, nella prospettiva sempre più ravvicinata di un più radicale passaggio dalla rappresentanza all’autorappresentazione dei cittadini(...)” (Rodotà, 1997, p.10). Parole, quelle di Rodotà, fortemente critiche nei confronti di quel sogno di “iperdemocrazia” continua, che era stato paventato dallo stesso Ortega y Gasset. Democrazia diretta, continua, elettronica, tecnopolitica, sondocrazie digitali, mediacrazia: insomma, i dubbi e gli entusiasmi suscitati da un tema così affascinante hanno dato luogo ad un fiorire inesausto di termini e neologismi. Tutt’oggi, persiste l’interrogativo di fondo: tecnologie della libertà (Pool de Sola, 1983) o tecnologie del controllo (Wilson, 1988)? L’immagine di forte impatto, figurata da Stefano Rodotà, quella di una tecnologia che come l’antico dio Giano ha due volti, è attualmente valida ed esplicativa di una situazione dove né l’una né l’altra ipotesi hanno trovato forti e definitivi appigli con quanto sta effettivamente accadendo in Rete. Per dirla con Berardi (1996, p.116), “la Rete non è uno strumento di democrazia”. Secondo l’autore potrebbe anche esserlo, ma del tutto marginalmente: essa in definitiva ha delle caratteristiche paradigmatiche di un tipo di democrazia nuova, non più riconducibile allo Stato-nazione e alle forme di decisione centralizzate. Qualsiasi ridefinizione qualitativa del termine democrazia non sarà una stretta conseguenza della diffusione quantitativa delle reti, che comunque con la loro struttura rizomatica sembrano assecondare le nuove dinamiche politiche ed i rinnovati rapporti di forza nelle moderne società industriali. A questo punto, dunque, inevitabilmente si viene richiamati ad una considerazione. Come un serpente che si morde la coda, il tema dell’avvento di un nuovo mezzo di comunicazione andrebbe visto in un’ottica meno deterministica. Non tanto inserito in un paradigma di causa-effetto, ma considerato parte emergente e strutturale di una più vasta trasformazione che da anni sta attraversando i territori della politica e della sfera pubblica. Lorenzo Pierfelice http://www.kapusons.com/document/it/web_polis_/materiali_comunicazione_politica Fri, 15 Jun 2007 14:32:09 GMT 1ec8ff1ec33e409fbdb69e502f779192 Berlusconi: un uomo solo. Senza comando Breve analisi di una delle fasi più calde della campagna per le elezioni Politiche del 2006 in Italia. 2007-08-09T12:24:49.0470000+02:00 Chissà a quali giochi giocava Silvio Berlusconi da piccolo? Ho un pò di dubbi circa l’oggetto del gioco vista la poliedricità del personaggio in questione, ma sono pronto a scommettere che di sicuro amava i giochi di società. A me non ha mai convinto l’immagine de “l’uomo solo al comando” che in questi anni ha cercato di costruire, complice anche l’inconsistenza dei suoi alleati, tra i quali il solo Bossi riusciva a rubargli la scena con il suo carisma barbarico. Già lo vedo arrivare al campetto con il pallone nuovo sottobraccio e dire: “Giochiamo insieme? Sia chiaro però che il pallone è mio e se non mi fate fare il centravanti e segnare 6 goal nel primo tempo me ne vado e non gioca più nessuno”. Il politico Berlusconi (e ancora prima l’imprenditore Berlusconi) ha sempre giocato in una squadra molto assortita fatta di mezze punte, mediani incontristi, faticatori di fascia, che gli hanno costruito gli assist mediatici che lo hanno incoronato primo re della Repubblica italiana. Ha capito prima degli altri che bisognava adeguare l’immagine reale a quella percepita attraverso la mediazione del tubo catodico: cambia la tecnologia di trasmissione e cambia il fondotinta, il cerone e la manicure. Ma sempre, anche quando tutti lo descrivevano come un imperatore intransigente, era cosciente che il successo e la gloria non si potevano realmente costruire tutti da soli. Essere il capitano di una squadra che gioca sempre in casa era la sua massima aspirazione e puntualmente negli ultimi 10 anni ha trovato schiere di fedelissimi consultori che lo hanno incoraggiato alla logica del monologo e della “tirata” solitaria, quasi come se vi fosse nelle sue parole al pubblico dei telespettatori la reificazione delle Idee platoniche: Internet, Inglese, Impresa. Quelle Idee maiuscole si sono trasformate in incubi sempre con la I maiuscola: Industria (Montezemolo), Iraq (l’amicizia di Bush è fondamentale per un’azienda che gioca nel mercato dei media), Interattività (una cosa complicata che vorrebbe dire che da oggi se tu parli io ho la possibilità di risponderti). Il polverone di rivendicazioni, mistificazioni, teatrini e promesse in cui si sta svolgendo questa complessa e allo stesso tempo semplicissima campagna elettorale disvela ancora una volta che forse l’errore più grande compiuto da Berlusconi negli ultimi anni è quello di essersi circondato di amici che lo hanno portato sulla cattiva srada. Sono amicizie apparentemente più innocue di quelle maturate negli anni passati ad Arcore (e messe in luce dai magistrati e dai settimanali di gossip dell’epoca) ma forse ancora più avvolgenti e inestricabili di altre rinnegate con molta più semplicità. L’indiziato numero Uno della debacle di consensi e di tentennamenti mediatici del Cavaliere è il suo uomo ombra Paolo Bonaiuti, che non è stato capace di consigliargli o imporgli in anticipo il tema del contraddittorio. Avevamo intravisto una nuova strategia di dialogo e politica all’indomani della sconfitta elettorale delle Regionali, quando Berlusconi si “regala” a Ballarò di RaiTre. Ma quel regalo faceva presagire un’occupazione mediatica senza precedenti compiuta a partire dall’autunno, a preparare il terreno per la rimonta di Forza Italia e della CdL. Ma dopo 10 anni di Vespa e di poltrone bianche da cui decantare i frutti del suo lavoro personale, è difficile tornare a confrontarsi con altre persone, altri studi, altre idee. L’antipolitica con cui Berlusconi ha intercettato il malcontento post Tangentopoli, ora che il figlio di Craxi è addirittura candidato nelle liste dell’Ulivo, si è trasformato in puro anticomunismo, in una persecuzione da salotto in cui l’Uomo Rosso è ovunque e si nasconde anche dietro quella dannata di Lucia Annunziata, che già 10 anni fà aveva ospitato la peggiore uscita televisiva di Mr B. contrapposto ad una Giovanna Melandri che faceva sperare in un ruolo nuovo delle donne in politica e apriva la strada al Governo Prodi (poi sappiamo com’è andata? No?) In una politica che guarda la tv come allo specchio di sè stessa e del destino del mondo, Berlusconi non può permettersi un gioco al rialzo così rischioso: senza un programma da presentare (e non rimproverateglielo perchè vi risponderà che non siete stati attenti perchè lui lo ha già presentato nel 2001 e in piccolo c’era scritto che valeva per 10 anni...), senza altri media da “coltivare” (Internet è rimasto uno spot e non si capisce bene cosa c’entri ancora oggi con la politica italiana che quando parla cita solo i giornali e la tv mentre i lettori on line vengono ancora considerati degli intrepidi), senza il conforto degli alleati (che gli hanno già fatto sapere che è stato bello ma devono proprio scappare perchè sennò perdono l’ultimo treno buono per tornare a casa senza ossa rotte), il Cavaliere gioca la carta del vittimismo e del complotto. Sarebbe bello vederlo appellarsi alla Corte di Giustizia dell’Aja per la lesione del diritto naturale a parlare in tv da solo e senza nessuno che lo interrompa. Ora il vero problema è: vuoi vedere che Martedì sera metà del faccia a faccia con Prodi se ne va per queste menate? Vuoi vedere che Berlusconi porterà a dimostrazione del fatto che la sinistra ha preparato già tutto per spodestarlo illegittimamente la prima domanda dopo mezz’ora di trasmissione che cercherà di farlo parlare di economia? Scommettiamo che il tema dell’informazione, il conflitto d’interessi, le leggi ad personam, i guadagni spropositati di Mediaset e la povertà delle piccole imprese non entreranno in quell’ora e mezzo di dibattito? A pensar male si è comunisti...Vedremo. Ugo Esposito http://www.kapusons.com/document/it/berlusconi_un_uomo_solo_senza_comando/materiali_comunicazione_politica Thu, 09 Aug 2007 10:24:49 GMT 90f0e5ed2d144abeaddb3ebad9491abd Quanti voti valgono i media? Un'analisi delle più accreditate ipotesi sul peso elettorale dei media in Italia alla luce delle peculiarità del sistema tv e il rapporto della politica con la comunicazione di massa. 2007-06-15T16:33:45.2500000+02:00 Gran parte delle analisi delle vicende elettorali che hanno interessato il nostro Paese negli ultimi anni concordano sulla considerazione che i risultati che si sono succeduti dal 2001 al 2005 più che reazioni dell’elettorato alla congiuntura politica sono da considerarsi espressioni di cambiamenti più profondi intervenuti nel corpo elettorale e nell’intero paese in un arco di tempo che travalica di certo il periodo in cui essi sono venuti ad emergere dal punto di vista elettorale e con un’ampiezza di influenze sistemiche ben superiori a quelle costituite dalla semplice opzione di voto. Le verifiche elettorali di medio periodo non hanno intaccato l’equilibrio parlamentare ma hanno sicuramente contribuito ad un nuovo assetto culturale e psicologico prima ancora che politico in cui la centralità della televisione come catalizzatore di consensi è stata messa in discussione e dopo la rilevazione che l’occupazione quantitativa dello schermo mal si adatta ad un pubblico di cittadini maturo nella sua competenza testuale al punto da comprendere l’inganno mediale costruito dalla logica del duopolio, ritornando a considerare la politica delle piazze e dei comizi piuttosto che i monologhi e i salotti per intellettuali proposti dal palinsesto della telepolitica. Eppure in un Paese in cui diviene sempre più risolutivo intercettare il voto d’opinione è necessario comprendere la struttura comunicativa e organizzativa in grado di rendere conto degli scambi sempre più frequenti richiesti dai votanti ai votati. Una struttura orizzontale e multicefala oppure una proposta univoca e con una forte personalizzazione sul leader della coalizione. La battaglia, anche in termini di modelli comunicativi è tutta aperta e una prima risposta viene dalla programmazione delle primarie del centrosinistra, allo stesso tempo momento di investitura del capo e volano di una mobilitazione diffusa in grado di portare le facce della coalizione nelle piazze del Paese. Dato per acquisita la fetta di votanti militanti, il ricorso alla categoria del voto d’opinione è necessaria “ogni qualvolta si voglia cercare di spiegare un mutamento ed una discontinuità con il passato” (Pasquino, 1977). Ora che il corpo elettorale sembra aver scelto una direzione di cambiamento sarà interessante indagare come tale scelta (quella d’opinione), che accetta come campo di opzionalità un’analisi dell’offerta politica, venga elaborata ed a partire da quali aspetti e mezzi di informazione. Se è vero, infatti, che la scelta resta sempre individuale, è altrettanto vero che il campo della scelta dipende essenzialmente dai riferimenti collettivi costruiti e veicolati dai canali di comunicazione di massa. E l’esposizione ai media è più accentuata quanto più l’elettore non ha chiarezza circa i riferimenti collettivi che dovrebbero mediare i suoi interessi individuali e quanto più è incerta la corrispondenza tra gli interessi del gruppo di riferimento e le possibili scelte elettorali. Conseguenza di questo modo di intendere la formazione della decisione di voto mobile, è la personale considerazione che la partita per le elezioni politiche del 2006 è tutt’altro che chiusa, con un sistema mediale che non riesce a ripristinare quella credibilità necessaria a spostare voti decisivi sarà fondamentale segnare le differenze e le distanze con il Governo che ha gestito la recessione economica per non cadere nella rete che tenderà a presentare la classe politica come vittima delle contingenze internazionali e priva di un proprio progetto personale per risollevare il Paese e soprattutto senza una coalizione unita. Nessuno degli appartenenti al centrosinistra mette infatti oggi in discussione il carattere strategico della coalizione, ma di volta in volta ciascuno ne restringe il campo di azione o lo allarga con forzature da organigramma. Come è avvenuto ad esempio con le elezioni europee del 2004 che hanno rappresentato il culmine dell’indecisione rispetto ai confini del simbolo ulivista, con una sovrapposizione di ruoli comunicativi tra Lista Uniti nell’Ulivo e gli altri partiti dell’Ulivo che parlavano a nome della coalizione tutta. Tant’è che l’espediente mediatico maturato in ambienti giornalistici declinò la lista formata da DS, Margherita, SDI e Repubblicani Europei come Lista Unitaria. Tale definizione, che già di per sé configurava un cartello elettorale più che una volontà politica comune, concludeva la parabola ulivista e spianava la strada all’avvento di nuovi simboli e soprattutto di nuovi progetti politici. Gli apparati, come di consueto, hanno resistito alle innovazioni unitarie almeno a livello organizzativo, ma le spinte della base elettorale si tradurranno nel Febbraio 2005 nella nascita dell’Unione ovvero di una coalizione che questa volta reintegra nelle sue fila Antonio Di Pietro e Rifondazione Comunista e guarda dritto alle elezioni politiche del 2006, con la costruzione di un programma comune. Passando per le Primarie del 16 ottobre e facendo tornare in primo piano la tematica dell’informazione politica all’interno di un sistema in cui per far emergere un tema di interesse generale, quale quello della partecipazione democratica, bisogna ricorrere all’Authority delle Telecomunicazioni, quando si scopre ciclicamente che la coperta della par condicio si fa corta per tutti. La questione è strettamente connessa alla transizione incompiuta del nostro sistema politica verso un maggioritario che molti vedevano come la soluzione dello strapotere dei partiti e che ora è stato spazzato via dal ritorno al proporzionale con l’aggravante delle liste bloccate e senza preferenza singola per i candidati: il numero dei partiti, già proliferato col sistema maggioritario è destinato inevitabilmente ad aumentare, soprattutto in sede parlamentare e poi mediale. Un approccio al problema della par condicio, dovrebbe esulare dal calcolo elettorale e quindi essere condotto in periodi distanti rispetto alle scadenze politiche. Invece viviamo in un Paese in cui ogni volta la questione si pone con l’imperativo dell’urgenza, sia per le frequenti scadenze elettorali, sia per la rilevanza che viene attribuita, a torto o a ragione, al ruolo dei media nel decidere le sorti di una campagna elettorale. Forse commettiamo lo stesso errore del legislatore che quando ha pensato la par condicio la ha intesa come una griglia ferrea che delimita l’universo della comunicazione politica dal resto dei contenuti veicolati dalla tv. Questa considerazione già da sola basta a giustificare il fatto che ci troviamo dinanzi ad una “non condicio” della comunicazione generalista. Rinchiudere la comunicazione politica in contenitori avulsi dal resto del palinsesto equivale a dire che gli Italiani non hanno la competenza testuale per comprendere le diversità di linguaggi e contenuti dei vari generi televisivi. La tv politica imposta dalla par condicio è sicuramente più piatta e non riesce ad innestarsi in modo naturale nel palinsesto di una tv in cui i problemi quotidiani sono confinati negli spazi ristretti dei Tg ( e neanche tutti) e difficilmente illuminati da inchieste filmate. La politica allora si fa estranea al flusso costante di paillettes e lustrini dela tv-reality, in cui la realtà viene incubata e rinchiusa in un ambiente fittizio e risiede solo negli atteggiamenti istintivi che talvolta i protagonisti del format del decennio si (e ci) concedono. 10 anni di telepolitica ci hanno mostrato che, in parallelo all’avanzata dell’antipolitica come proposta di governo, il pubblico dei cittadini ha maturato una crescente capacità di lettura testuale della comunicazione politico-elettorale, accettando sempre più di rado la proposta “egemonica” della tv e negoziando in modo costante la veridicità delle espressioni della telepolitica. In questo processo avrà influito anche la tematizzazione del “problema” del pluralismo informativo, cui ha contribuito una galassia di iniziative di mobilitazione scritta nate su Internet e poi confluite in esperienze concrete. La crisi di legittimità a cui è andato incontro il sistema politico italiano negli anni Novanta (e di cui ancora si avverte l’eco negli indici bassissimi di fiducia riscontrati da tutti i protagonisti della vita politica italiana, opposizione inclusa) è dovuta in parte al ruolo che ha assunto nella società il medium televisivo, all’interno di un’offerta politica monomediale. I partiti si adeguano e progressivamente vengono abbandonate le tradizionali modalità di comunicazione, mentre acquista valore la personalità del leader, che deve dare una precisa immagine di sé e, soprattutto, deve avere un'idea del target cui andrà proposta tale immagine. Acquistano rilevanza oltre al contenuto politico del messaggio, le doti del comunicatore e il contesto entro cui si svolge la comunicazione. Il leader rappresenta l'identità stessa del partito e in questa sua veste incontra i cittadini e gli altri soggetti politici, cercando di massimizzare l’attenzione dei media. La comunicazione politica si trasforma, non diviene più solo propaganda, ma verifica della capacità dei partiti di dare risposte soddisfacenti alle richieste dell'elettore/spettatore. Il Contratto con gli Italiani siglato da Berlusconi prima delle politiche del 2001 coadiuvato da Bruno Vespa, ha comunque imposta alla poitica il ritmo semplificatorio della verifica mediale degli impegni e delle parole assunte. La firma sotto il contratto fittizio di Berlusconi sancisce una ferita nel discorso politico che solo il contratto firmato dai 4 milioni e trecentomila votanti delle primarie riesce a colmare. Il 16 ottobre gli Italiani siglano un patto con una coalizione politica e con un programma unitario di Governo e impone alla politica del centrosinistra di trovare quella compattezza di scelte per il futuro che è mancata nella rincorsa alla smentita delle promesse fatte dal Governo. Le file composte davanti ai seggi improvvisati delle Primarie insegnano alla politica che i cittadini hanno accettato la logica del “patto”, del contratto con la politica e impongono la fine dell’autoreferenzialità dei circoli mediatici chiusi privi di alcuna funzionalità sociale. E questo perché per certi versi, i media “iperpotenti” degli anni 90, sia per fattori endogeni al sistema, quali il duopolio di fatto dell’emittenza via etere, il calo degli ascolti e la vittoria dei format di intrattenimento come i reality show, sia per pressioni esterne, come la globalizzazione dei processi di newsmaking, la crisi economica seguita all’11 settembre e la ridefinizione dei rapporti di forza interni alle coalizioni politiche maggioritarie, oggi sembrano subalterni alle logiche di sviluppo imposte dal sistema politico. La media logic non riesce a spiegare da sola le innumerevoli scelte televisive e informative in cui chiari sono stati gli atteggiamenti simbiotici del sistema mediale con la sfera politica. Tale simbiosi viscerale ha finito per danneggiare entrambe gli attori, ma più di tutti coloro che hanno affidato il loro destino quasi esclusivamente alla gestione del potere di emittenza. E di fatti, lo schiacciamento evidente della strategia di Forza Italia su una rinnovata occupazione del video, non ha avuto un seguito fruttuoso in azioni propulsive da compiere “off-tv”. Le ultime elezioni europee viste attraverso l’analisi della tv ci informano della sterilità di un disegno di comunicazione politica basato sul ricalco della griglia quantitativa di occupazione degli spazi televisivi (talk show e tribune elettorali). Già durante le Regionali dell’anno successivo infatti, i partiti e gli attori politici scelgono in massa una strategia multimediale e mobilitativa più rispondente alla nuova fenomenologia di domanda informativa. E a sfruttare di più tale contesto sono state necessariamente le forze d’opposizione, per le quali una strategia comunicativa di ampio respiro e indirizzata all’azione, è stata una risposta obbligata alla disparità di forze mediali in campo, fino al disvelamento del progetto delle primarie e il grande scossone alla staticità della partecipazione dei partiti nella costruzione di una rinnovata fiducia nelle idee dei cittadini, che hanno dimostrato ancora una volta come si posizionino in modo più avanzato sulla strada del cambiamento e del progresso politico rispetto ad una rappresentanza partitica ritenuta troppo autoreferenziale. Il nodo da affrontare non è quindi voler comprendere “quanta” influenza hanno i media nelle scelte di voto dei cittadini/elettori ma chiedersi quale influenza hanno i media nell’evoluzione della dialettica democratica e nella crescita culturale di una comunità. Ritornare alla nascita della communication research, quando i media venivano considerati come strumenti da leggere e scoprire nella loro capacità evolutiva e non come soggetti “finiti”, forse potrà aiutarci a capire meglio come funziona e può migliorare la comunicazione politica, anche partendo dalla mediatizzazione di zone sempre più estese delle interazioni umani dovute all’avvento delle tecnologie digitali di massa. Tutto questo avrà un riflesso sulle risposte che chiederemo ai sondaggi e alla lettura dei mezzi di comunicazione, cui non chiederemo più di spiegarci chi vincerà le elezioni ma di aiutarci a capire come veicolare un’identità politica forte e riconoscibile. Ugo Esposito http://www.kapusons.com/document/it/quanti_voti_valgono_i_media_/materiali_comunicazione_politica Fri, 15 Jun 2007 14:33:45 GMT dd6209d509ac49f690d19539e0bf6f1c L'Unione ovvero Come dilapidare una vittoria annunciata La battaglia, anche in termini di modelli comunicativi è tutta aperta e una prima risposta viene dalla programmazione delle primarie del centrosinistra, allo stesso tempo momento di investitura del capo e volano di una mobilitazione diffusa in grado di portare le facce della coalizione nelle piazze del Paese. 2007-06-15T17:18:54.8700000+02:00 Sarà che noi Italiani siamo stati abituati in questi anni a tante “rinascite”, anche se solo di bulbi piliferi, quando gran parte dell’elettorato di centrosinistra si è recato alle urne nella testa aveva una immagine da esorcizzare. Soprattutto chi ha votato nella provincia italiana, dall’Umbria alla Campania fino alla Basilicata, dove l’Unione ha avuto una flessione clamorosa rispetto ai trionfalismi delle Regionali. Quando ci siamo accorti che si rinsaldava la classe Gran parte delle analisi delle vicende elettorali che hanno interessato il nostro Paese negli ultimi anni concordano sulla considerazione che i risultati che si sono succeduti dal 2001 al 2005 più che reazioni dell’elettorato alla congiuntura politica sono da considerarsi espressioni di cambiamenti più profondi intervenuti nel corpo elettorale e nell’intero paese in un arco di tempo che travalica di certo il periodo in cui essi sono venuti ad emergere dal punto di vista elettorale e con un’ampiezza di influenze sistemiche ben superiori a quelle costituite dalla semplice opzione di voto. Le verifiche elettorali di medio periodo non hanno intaccato l’equilibrio parlamentare ma hanno sicuramente contribuito ad un nuovo assetto culturale e psicologico prima ancora che politico in cui la centralità della televisione come catalizzatore di consensi è stata messa in discussione e dopo la rilevazione che l’occupazione quantitativa dello schermo mal si adatta ad un pubblico di cittadini maturo nella sua competenza testuale al punto da comprendere l’inganno mediale costruito dalla logica del duopolio, ritornando a considerare la politica delle piazze e dei comizi piuttosto che i monologhi e i salotti per intellettuali proposti dal palinsesto della telepolitica. Eppure in un Paese in cui diviene sempre più risolutivo intercettare il voto d’opinione è necessario comprendere la struttura comunicativa e organizzativa in grado di rendere conto degli scambi sempre più frequenti richiesti dai votanti ai votati. Una struttura orizzontale e multicefala oppure una proposta univoca e con una forte personalizzazione sul leader della coalizione. La battaglia, anche in termini di modelli comunicativi è tutta aperta e una prima risposta viene dalla programmazione delle primarie del centrosinistra, allo stesso tempo momento di investitura del capo e volano di una mobilitazione diffusa in grado di portare le facce della coalizione nelle piazze del Paese. Dato per acquisita la fetta di votanti militanti, il ricorso alla categoria del voto d’opinione è necessaria “ogni qualvolta si voglia cercare di spiegare un mutamento ed una discontinuità con il passato” (Pasquino, 1977). Ora che il corpo elettorale sembra aver scelto una direzione di cambiamento sarà interessante indagare come tale scelta (quella d’opinione), che accetta come campo di opzionalità un’analisi dell’offerta politica, venga elaborata ed a partire da quali aspetti e mezzi di informazione. Se è vero, infatti, che la scelta resta sempre individuale, è altrettanto vero che il campo della scelta dipende essenzialmente dai riferimenti collettivi costruiti e veicolati dai canali di comunicazione di massa. E l’esposizione ai media è più accentuata quanto più l’elettore non ha chiarezza circa i riferimenti collettivi che dovrebbero mediare i suoi interessi individuali e quanto più è incerta la corrispondenza tra gli interessi del gruppo di riferimento e le possibili scelte elettorali. Conseguenza di questo modo di intendere la formazione della decisione di voto mobile, è la personale considerazione che la partita per le elezioni politiche del 2006 è tutt’altro che chiusa, con un sistema mediale che non riesce a ripristinare quella credibilità necessaria a spostare voti decisivi sarà fondamentale segnare le differenze e le distanze con il Governo che ha gestito la recessione economica per non cadere nella rete che tenderà a presentare la classe politica come vittima delle contingenze internazionali e priva di un proprio progetto personale per risollevare il Paese e soprattutto senza una coalizione unita. Nessuno degli appartenenti al centrosinistra mette infatti oggi in discussione il carattere strategico della coalizione, ma di volta in volta ciascuno ne restringe il campo di azione o lo allarga con forzature da organigramma. Come è avvenuto ad esempio con le elezioni europee del 2004 che hanno rappresentato il culmine dell’indecisione rispetto ai confini del simbolo ulivista, con una sovrapposizione di ruoli comunicativi tra Lista Uniti nell’Ulivo e gli altri partiti dell’Ulivo che parlavano a nome della coalizione tutta. Tant’è che l’espediente mediatico maturato in ambienti giornalistici declinò la lista formata da DS, Margherita, SDI e Repubblicani Europei come Lista Unitaria. Tale definizione, che già di per sé configurava un cartello elettorale più che una volontà politica comune, concludeva la parabola ulivista e spianava la strada all’avvento di nuovi simboli e soprattutto di nuovi progetti politici. Gli apparati, come di consueto, hanno resistito alle innovazioni unitarie almeno a livello organizzativo, ma le spinte della base elettorale si tradurranno nel Febbraio 2005 nella nascita dell’Unione ovvero di una coalizione che questa volta reintegra nelle sue fila Antonio Di Pietro e Rifondazione Comunista e guarda dritto alle elezioni politiche del 2006, con la costruzione di un programma comune. Passando per le Primarie del 16 ottobre e facendo tornare in primo piano la tematica dell’informazione politica all’interno di un sistema in cui per far emergere un tema di interesse generale, quale quello della partecipazione democratica, bisogna ricorrere all’Authority delle Telecomunicazioni, quando si scopre ciclicamente che la coperta della par condicio si fa corta per tutti. La questione è strettamente connessa alla transizione incompiuta del nostro sistema politica verso un maggioritario che molti vedevano come la soluzione dello strapotere dei partiti e che ora è stato spazzato via dal ritorno al proporzionale con l’aggravante delle liste bloccate e senza preferenza singola per i candidati: il numero dei partiti, già proliferato col sistema maggioritario è destinato inevitabilmente ad aumentare, soprattutto in sede parlamentare e poi mediale. Un approccio al problema della par condicio, dovrebbe esulare dal calcolo elettorale e quindi essere condotto in periodi distanti rispetto alle scadenze politiche. Invece viviamo in un Paese in cui ogni volta la questione si pone con l’imperativo dell’urgenza, sia per le frequenti scadenze elettorali, sia per la rilevanza che viene attribuita, a torto o a ragione, al ruolo dei media nel decidere le sorti di una campagna elettorale. Forse commettiamo lo stesso errore del legislatore che quando ha pensato la par condicio la ha intesa come una griglia ferrea che delimita l’universo della comunicazione politica dal resto dei contenuti veicolati dalla tv. Questa considerazione già da sola basta a giustificare il fatto che ci troviamo dinanzi ad una “non condicio” della comunicazione generalista. Rinchiudere la comunicazione politica in contenitori avulsi dal resto del palinsesto equivale a dire che gli Italiani non hanno la competenza testuale per comprendere le diversità di linguaggi e contenuti dei vari generi televisivi. La tv politica imposta dalla par condicio è sicuramente più piatta e non riesce ad innestarsi in modo naturale nel palinsesto di una tv in cui i problemi quotidiani sono confinati negli spazi ristretti dei Tg ( e neanche tutti) e difficilmente illuminati da inchieste filmate. La politica allora si fa estranea al flusso costante di paillettes e lustrini dela tv-reality, in cui la realtà viene incubata e rinchiusa in un ambiente fittizio e risiede solo negli atteggiamenti istintivi che talvolta i protagonisti del format del decennio si (e ci) concedono. 10 anni di telepolitica ci hanno mostrato che, in parallelo all’avanzata dell’antipolitica come proposta di governo, il pubblico dei cittadini ha maturato una crescente capacità di lettura testuale della comunicazione politico-elettorale, accettando sempre più di rado la proposta “egemonica” della tv e negoziando in modo costante la veridicità delle espressioni della telepolitica. In questo processo avrà influito anche la tematizzazione del “problema” del pluralismo informativo, cui ha contribuito una galassia di iniziative di mobilitazione scritta nate su Internet e poi confluite in esperienze concrete. La crisi di legittimità a cui è andato incontro il sistema politico italiano negli anni Novanta (e di cui ancora si avverte l’eco negli indici bassissimi di fiducia riscontrati da tutti i protagonisti della vita politica italiana, opposizione inclusa) è dovuta in parte al ruolo che ha assunto nella società il medium televisivo, all’interno di un’offerta politica monomediale. I partiti si adeguano e progressivamente vengono abbandonate le tradizionali modalità di comunicazione, mentre acquista valore la personalità del leader, che deve dare una precisa immagine di sé e, soprattutto, deve avere un'idea del target cui andrà proposta tale immagine. Acquistano rilevanza oltre al contenuto politico del messaggio, le doti del comunicatore e il contesto entro cui si svolge la comunicazione. Il leader rappresenta l'identità stessa del partito e in questa sua veste incontra i cittadini e gli altri soggetti politici, cercando di massimizzare l’attenzione dei media. La comunicazione politica si trasforma, non diviene più solo propaganda, ma verifica della capacità dei partiti di dare risposte soddisfacenti alle richieste dell'elettore/spettatore. Il Contratto con gli Italiani siglato da Berlusconi prima delle politiche del 2001 coadiuvato da Bruno Vespa, ha comunque imposta alla poitica il ritmo semplificatorio della verifica mediale degli impegni e delle parole assunte. La firma sotto il contratto fittizio di Berlusconi sancisce una ferita nel discorso politico che solo il contratto firmato dai 4 milioni e trecentomila votanti delle primarie riesce a colmare. Il 16 ottobre gli Italiani siglano un patto con una coalizione politica e con un programma unitario di Governo e impone alla politica del centrosinistra di trovare quella compattezza di scelte per il futuro che è mancata nella rincorsa alla smentita delle promesse fatte dal Governo. Le file composte davanti ai seggi improvvisati delle Primarie insegnano alla politica che i cittadini hanno accettato la logica del “patto”, del contratto con la politica e impongono la fine dell’autoreferenzialità dei circoli mediatici chiusi privi di alcuna funzionalità sociale. E questo perché per certi versi, i media “iperpotenti” degli anni 90, sia per fattori endogeni al sistema, quali il duopolio di fatto dell’emittenza via etere, il calo degli ascolti e la vittoria dei format di intrattenimento come i reality show, sia per pressioni esterne, come la globalizzazione dei processi di newsmaking, la crisi economica seguita all’11 settembre e la ridefinizione dei rapporti di forza interni alle coalizioni politiche maggioritarie, oggi sembrano subalterni alle logiche di sviluppo imposte dal sistema politico. La media logic non riesce a spiegare da sola le innumerevoli scelte televisive e informative in cui chiari sono stati gli atteggiamenti simbiotici del sistema mediale con la sfera politica. Tale simbiosi viscerale ha finito per danneggiare entrambe gli attori, ma più di tutti coloro che hanno affidato il loro destino quasi esclusivamente alla gestione del potere di emittenza. E di fatti, lo schiacciamento evidente della strategia di Forza Italia su una rinnovata occupazione del video, non ha avuto un seguito fruttuoso in azioni propulsive da compiere “off-tv”. Le ultime elezioni europee viste attraverso l’analisi della tv ci informano della sterilità di un disegno di comunicazione politica basato sul ricalco della griglia quantitativa di occupazione degli spazi televisivi (talk show e tribune elettorali). Già durante le Regionali dell’anno successivo infatti, i partiti e gli attori politici scelgono in massa una strategia multimediale e mobilitativa più rispondente alla nuova fenomenologia di domanda informativa. E a sfruttare di più tale contesto sono state necessariamente le forze d’opposizione, per le quali una strategia comunicativa di ampio respiro e indirizzata all’azione, è stata una risposta obbligata alla disparità di forze mediali in campo, fino al disvelamento del progetto delle primarie e il grande scossone alla staticità della partecipazione dei partiti nella costruzione di una rinnovata fiducia nelle idee dei cittadini, che hanno dimostrato ancora una volta come si posizionino in modo più avanzato sulla strada del cambiamento e del progresso politico rispetto ad una rappresentanza partitica ritenuta troppo autoreferenziale. Il nodo da affrontare non è quindi voler comprendere “quanta” influenza hanno i media nelle scelte di voto dei cittadini/elettori ma chiedersi quale influenza hanno i media nell’evoluzione della dialettica democratica e nella crescita culturale di una comunità. Ritornare alla nascita della communication research, quando i media venivano considerati come strumenti da leggere e scoprire nella loro capacità evolutiva e non come soggetti “finiti”, forse potrà aiutarci a capire meglio come funziona e può migliorare la comunicazione politica, anche partendo dalla mediatizzazione di zone sempre più estese delle interazioni umani dovute all’avvento delle tecnologie digitali di massa. Tutto questo avrà un riflesso sulle risposte che chiederemo ai sondaggi e alla lettura dei mezzi di comunicazione, cui non chiederemo più di spiegarci chi vincerà le elezioni ma di aiutarci a capire come veicolare un’identità politica forte e riconoscibile. Ugo Esposito http://www.kapusons.com/document/it/l_unione_ovvero_come_dilapidare_una_vittoria_annunciata/materiali_comunicazione_politica Fri, 15 Jun 2007 15:18:54 GMT b96eda826caa445db23625a16be43e17 Guarda in camera, Presidente! Lettura di un confronto tra due ciechi. 2007-06-15T16:49:46.1500000+02:00 C’è un clima da finale mondiale. L’attesa mediatica costruisce un evento che va oltre le parole della politica e al di là dello schermo televisivo. Tutti guarderanno almeno un pezzettino del dibattito televisivo tra Prodi e Berlusconi: la domanda principale è quindi perchè tanto attesa per un confronto tra due uomini politici, quando nelle classifiche di gradimento degli Italiani li troviamo quasi sempre agli ultimi posti? Poi alla fine del dibattito mi rendo conto che non ci sono caroselli festanti da nessuna parte e capisco che in fondo era solo un evento mediale. Nessuna sostanza. Tanto rumore per nulla... Il clima teso si percepisce non appena vengono inquadrati i due contendenti, calati in una cornice televisiva che in questi anni si è alimentata di sfide sportive, gare per la sopravvivenza su un’isola deserta, prove di ogni tipo per guadagnare un prosciutto o per poter rispondere alle domande finali dei telequiz. Il contesto in cui si cala questo match politico è sicuramente uno scenario molto diverso da quello in cui si giocò l’ultima sfida del 1996. La tv non è più la stessa: l’invasione del format reality ha trasformato lo schermo della società in un guscio vuoto in cui i contenuti sono davvero sublimati in piccolissime finestre lontane dalla prima serata e dall’audience di massa. E’ una tv in cui non c’è più il grande cinema, surclassato dagli sceneggiati made in Italy a basso costo, che rendono di più nel tempo e alimentano poi i salotti mattutini e pomeridiani con le “stelline” del momento. E’ una tv che ha perso tanti protagonisti dell’informazione e non ha saputo trovarne di nuovi. E’ una tv che non è più specchio del Paese reale ma alimenta immagini e scambi simbolici che rimandano ad un mondo troppo distante dalla strada, dai problemi degli Italiani e dalle loro preoccupazioni quotidiane. E’ una Tv che ha metabolizzato le tensioni internazionali traslocandole sul satellite o accogliendo l’umanitarismo di ritorno facendo a gara nell’appoggiare le campagne di solidarietà lanciate da associazioni internazionali quali Emergency o Amnesty International. In questo scenario dai contorni impolitici si innesta il confronto più atteso degli ultimi anni tra l’inventore della tv commerciale italiana e il suo sfidante che lo ha costretto su un ring troppo stretto per uno che è abituato a essere l’unico gallo canterino nel pollaio della telepolitica. L’attesa era quindi concentrata sulla gestione dello scontro e non sullo scontro in sè e per sè che non c’è stato e forse non ci sarà mai. Ma chi è riuscito a vincere la barriera della dissonanza cognitiva tra le aspettative maturate e la realtà televisiva forse è riuscito a comprendere come davvero gli ultimi 10 anni di monologhi abbiano profondamente nuociuto alla qualità del confronto politico e hanno alimentato gravi divisioni anche nel Paese. Dopo 10 minuti lo spettatore che di solito rifugge dai dibattiti politici ha avuto la conferma che la sua scelta di decidere attraverso altri canali era profondamente giusta: meglio abbandonarsi alle fantasie e sognare due leader diversi che assecondare l’immagine reale che traspariva dagli schermi di RaiUno. Prodi e Berlusconi hanno mostrato come la par condicio e le regole del dibattito siano contemporaneamente un toccasana per un confronto equilibrato e allo stesso tempo lo specchio dell’inadeguatezza di una classe politica che non sa parlare al Paese senza ricorrere ai trucchi del maquillage televisivo. Le regole ingabbiano il ragionamento e non lasciano parlare al cuore degli Italiani ma allo stesso tempo sono l’unico terreno in cui rintracciare un barlume di realtà. Quei secondi che scorrevano in sovraimpressione ricordavano i quiz pomeridiani, i recuperi più volte chiesti da Prodi facevano eco alle richieste a voce alta dei capitani delle squadre di calcio nelle partite decisive. La tv politica non può vivere di messaggi isolati e confronti episodici ma si nutre del contorno, di tutto ciò che tradizionalmente non viene considerato come importante ai fini del voto: l’intrattenimento, le rubriche d’opinione, i talk show della mattina. Se il contorno non crea la base comunicativa minima per entrare in sintonia con gli spettatori anche il faccia a faccia supremo di ieri sera non rafforza nessuna opinione in bilico e non diventa decisivo per le sorti del Paese. Forse l’unica conclusione che si può trarre da un’ora di dati, rassicurazioni, “mistificazioni” e appelli “core a core” l’ha tratta proprio Berlusconi, col suo impaccio numerico, il suo sguardo distratto e non in camera, il suo finale da cane bastonato al guinzaglio della par condicio: ancora può coltivare il sogno di un miracolo che lo vuole vincente il 10 aprile ma non sa più convincere di questo gli Italiani. Forse non sarà più il suo Paese ma di certo, questa non è più la sua Tv... Ugo Esposito http://www.kapusons.com/document/it/guarda_in_camera_presidente_/materiali_comunicazione_politica Fri, 15 Jun 2007 14:49:46 GMT 2636066866684420b7ef607a6d35bd9d Italia: elezioni 2001 Un dossier sullo stato del web politico 2007-06-15T18:48:07.3430000+02:00 LE ELEZIONI ON LINE: IL CASO ITALIANO DEL 2001 Questo dossier nasce da un'esperienza di ricerca pluriennale maturata all'interno della cattedra di Comunicazione Politica (Università "La Sapienza" di Roma - Facoltà di Scienze della Comunicazione). La ricerca è stata coordinata dalla prof.ssa Sara Bentivegna. Sin dal 1996 i partiti italiani hanno allestito siti web che, nel corso del tempo, sono divenuti dei punti di riferimento stabili dell'informazione politica della Rete. In occasione delle elezioni politiche del 13 maggio un numero rilevante di candidati ha cercato di entrare in prima persona nel mondo virtuale. Le aspettative erano molto alte, sia per quanto riguarda il numero di siti che presumibilmente sarebbero stati aperti, sia per i contenuti veicolati dalle pagine web personali dei protagonisti della competizione elettorale. A tale proposito, nel novembre del 20001, si è costituito un gruppo di ricerca che ha analizzato le forme e la sostanza della presenza dei siti dei candidati su Internet, nel tentativo di delineare lo status quo della comunicazione politica italiana in Rete. Questo ha consentito la creazione di un riferimento importante per qualsiasi ricerca successiva, un termine di paragone attendibile all'interno di una situazione in rapida evoluzione. Le nuove tecnologie impongono un nuovo linguaggio, tempi sempre più ristretti di elaborazione dei contenuti da offrire al pubblico: un nuovo territorio in cui la politica non può non giocare un ruolo di primo piano. Durante l'ultima campagna elettorale, accanto agli strumenti oramai consolidati del marketing politico, quali i sondaggi e le apparizioni televisive, si è creato un universo parallelo di comunicazione che ha visto la Rete come sua naturale espressione. Saranno qui, dunque, delineate le caratteristiche della comunicazione elettorale in Rete, al fine di individuare le motivazioni che hanno portato 552 candidati ad aprire un proprio sito web. La creazione di siti web è stato un bisogno realmente avvertito dai vari candidati, quindi una possibilità in più per proporre la propria immagine tramite un mezzo a basso costo? O stiamo ancora parlando di una moda autoindotta da una rincorsa tutta personale e italiana ad un luogo esotico, di cui non si conoscono gli abitanti, Terra Santa virtuale verso cui si è incamminata una vera e propria armata Brancaleone contemporanea? ELENCO DEI SITI DEI CANDIDATI La politica in rete La politica in rete. Internet: un mezzo tra tanti? Politiche nella Rete La tecnopolitica e l’avvento del virtuale. Candidati nella rete I candidati in Rete: una presenza assente 2001: inizia la colonizzazione Il duello online Berlusconi-Rutelli in Rete Contenuti politici in rete I contenuti in prima pagina Presentazioni virtuali di candidati troppo reali I programmi? Vecchia politica Informazione generalista su Internet La mobilitazione nel cyberspazio Questioni di forza Soldi ed attivisti: il web italiano ed il motore della politica Mailing list, sondaggi, forum ed incontri digitali Messaggi dal Cyberspazio: le e-mail dei candidati USA 2000 L’e-campaign statunitense La Rete come paradigma della campagna integrata Oltre le vetrine digitali Ciclo di vita di un sito Apertura dei siti L’aggiornamento dei siti ovvero come cercare di vivere in Rete L’aggiornamento e innovazione tecnologica La scomparsa dei siti elettorali: una morte senza funerali Conclusioni Conclusioni http://www.kapusons.com/document/it/italia_elezioni_2001/materiali_comunicazione_politica Fri, 15 Jun 2007 16:48:07 GMT e41ff875c5e448759f9f517e56301afd Il digital divide una bibliografia di riferimento 2007-06-15T17:00:30.1330000+02:00 ALISEI, 2002, Dalla società industriale alla società della rete, Glob.Act, Roma. 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