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E campagna fu! Le elezioni in Tv
Il caso delle Europee 20094: il paradigma della non campagna
politica e tv

Il pluralismo è salvo, la democrazia pure e l’audience non va più giù del solito. Scegliete signori: preferite la guerra o la campagna elettorale?

Nonostante la “par condicio”, nonostante le limitazioni di palinsesto, dovute all’estate e agli investimenti pubblicitari che rifuggono dalla politica e non attendono altro che la fine di questa campagna elettorale con l’inizio degli Europei di calcio, finalmente la politica prova a scrollarsi di dosso la guerra. Almeno per il momento.
Durante l’ultima settimana televisiva col palinsesto “invernale”, quello vero, le trasmissioni di approfondimento, proprio quelle alle quali la legge 28 del 2000 delega il diritto/dovere di parlare di politica in campagna elettorale, con il piccolo accorgimento del contraddittorio e dell’equità garantita dai conduttori, cominciano a trasformarsi in vere e proprie tribune elettorali. Certo, mancano gli Zavattini, i Pintor, i Montanelli, ma i giornalisti di nuova leva (anche se non di primissimo pelo) si sforzano di applicare le regole democratiche del confronto, non sui temi imposti dalla “media logic” ma sui classici temi elettorali dell’economia e della politica interna. Il turbinio delle immagini di guerra è cessato. Tutto d’un colpo sembra che non si muoia più, che anche i terroristi siano in attesa della futura (sperata) risoluziuone ONU che si sta discutendo in questi giorni. Eppure la guerra viene invocata quando si parla di Normandia, di Roma città aperta, della salma irriconoscibile (se non tramite sofisticate indagini) di Fabrizio Quattrocchi, e di Bush (oramai un accostamento classico, che neanche Michael Moore e il suo Bushpetroliere riusciranno a scalfire)
La tv ci prepara alla visita (che rischiosa è dir poco) del Presidente americano, attraverso la glorificazione del popolo che ha fatto l’Italia o almeno è stato fondamentale per porre le basi della nostra attuale democrazia. E’ tutto uno sfavillare di immagini di repertorio, spezzoni di film (la Magnani e Sordi i più citati), interviste ai testimoni di quelle memorabili giornate che preannunciavano la libertà e la futura Repubblica. Ma tutto ciò lo troviamo nei meandri neanche troppo nascosti della tv di intrattenimento (ma guarda caso anche sul satellite di Murdoch), proprio quella più seguita dalle fasce politicamente più indecise della popolazione italiana. Ma la tv impegnata, quella “più seria” ha cominciato ad ospitare la campagna elettorale. Ballarò, LunedItalia, Primo Piano, Dieci Minuti, SuperPartes e molto altro ancora: siamo sicuri che si parla poco di politica? Siamo proprio sicuri che gli Italiani arrivino alle elezioni senza informazioni precise per formarsi la loro decisione di voto? Dipende da cosa raccontano queste trasmissioni.
Fino all’altro giorno ci raccontavano di spaccature del centrosinistra sull’Iraq, di “svolta” della crisi irachena” col viaggio di Berlusconi negli USA, dei morti italiani a Nassiriya e della missione di pace che è diventata di guerra. Zapatero era già sparito da un pezzo…Oggi cosa ci raccontano? Ci parlano di giustizia? Solo 2 trasmissioni dedicate allo sciopero dei magistrati. Allora ci parlano di Montezemolo? Anche qui servizi di terza pagina nei tg e lo stoico Primo Piano. Ci mostrano la crisi economica del Paese che i cittadini vivono nelle loro tasche e nelle loro case? Forse, ma è sempre guerra di cifre e interpretazioni contrapposte delle dichiarazioni del presidente della Confindustria e del Governatore di BankItalia. Ci fanno vedere i congressi di partito? Forse!
Alla convenzione ulivista è stato dedicato un quinto dello spazio dedicato alla tre giorni berlusconiana culminata col sommo discorso del premier (premier non leader di partito: altrimenti i tg non potrebbero mandare in onda spazi spropositati ad un candidato…). Berlusconi inoltre è stato proprio sfortunato perché la gloria artificiale costruita all’interno del Forum di Assago è stata addirittura minimizzata da un povero cuoco campano andato a morire in Arabia Saudita proprio mentre il Presidente del Consiglio si apprestava a monopolizzare i Tg della Domenica. Questa volta gli attentati sono sicuramente di sinistra (sembrerebbero aver ragione Bondi e Schifani)! Ma fino all’altro giorno la guerra era un attentato politico-mediatico che ha rischiato di decapitare l’intera leadership in costruzione dell’opposizione politica italiana (leggi Prodi). La tv inoltre fa un altro grande piacere a Berlusconi: il suo braccio destro alzato per due minuti alla fine del discorso al popolo forzista non è stato mostrato se non da Rete4 alle 3 di notte tra Sabato e Domenica. Ai comuni mortali solo le briciole dell’invito a non votare i piccoli partiti alle prossime elezioni. Forse quello passato su Rete4 era un filmino di famiglia, girato a futura memoria della stirpe di Arcore o forse abbiamo captato una frequenza pirata accessibile solo ai bagetbozziani (popolo che governa nella galassia parallela e la cui costituzione è il De propaganda fede del 1994) : ci scusiamo per non aver rispettato il coprifuoco mediatico e di essere rimasti svegli a cercare pillole di democrazia nella tv della notte.
Il pluralismo è salvo, la democrazia pure e l’audience non va più giù del solito. Scegliete signori: preferite la guerra o la campagna elettorale? Mettetevi d’accordo: la guerra a chi fa comodo? Alla destra perché i nostri militari sono lì in missione di pace? O alla sinistra perché i morti ci dicono che stiamo sbagliando a rimanere lì? In attesa che durante l’ultima settimana si parli di immigrati (gli sbarchi sono già iniziati) e qualcuno utilizzi la parola pace (senza appellarla come giusta o desiderabile), in attesa di tante risposte che tardano ad arrivare, il mercato elettorale fa gli sconti: in fondo due ore di attacchi incrociati costano molto meno di un chilo di ciliegie. L’unico prezzo da pagare è qualche milione di neuroni impazziti che non riusciranno più a discernere il 13 giugno tra pacifisti e antiamericani, tra pessimisti e ottimisti, tra interminabili sigle a cavallo di ONU e PIL.
Ugo Esposito
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