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L'Unione ovvero Come dilapidare una vittoria annunciata
cuore e matita

La battaglia, anche in termini di modelli comunicativi è tutta aperta e una prima risposta viene dalla programmazione delle primarie del centrosinistra, allo stesso tempo momento di investitura del capo e volano di una mobilitazione diffusa in grado di portare le facce della coalizione nelle piazze del Paese.

Sarà che noi Italiani siamo stati abituati in questi anni a tante “rinascite”, anche se solo di bulbi piliferi, quando gran parte dell’elettorato di centrosinistra si è recato alle urne nella testa aveva una immagine da esorcizzare. Soprattutto chi ha votato nella provincia italiana, dall’Umbria alla Campania fino alla Basilicata, dove l’Unione ha avuto una flessione clamorosa rispetto ai trionfalismi delle Regionali. Quando ci siamo accorti che si rinsaldava la classe Gran parte delle analisi delle vicende elettorali che hanno interessato il nostro Paese negli ultimi anni concordano sulla considerazione che i risultati che si sono succeduti dal 2001 al 2005 più che reazioni dell’elettorato alla congiuntura politica sono da considerarsi espressioni di cambiamenti più profondi intervenuti nel corpo elettorale e nell’intero paese in un arco di tempo che travalica di certo il periodo in cui essi sono venuti ad emergere dal punto di vista elettorale e con un’ampiezza di influenze sistemiche ben superiori a quelle costituite dalla semplice opzione di voto.
Le verifiche elettorali di medio periodo non hanno intaccato l’equilibrio parlamentare ma hanno sicuramente contribuito ad un nuovo assetto culturale e psicologico prima ancora che politico in cui la centralità della televisione come catalizzatore di consensi è stata messa in discussione e dopo la rilevazione che l’occupazione quantitativa dello schermo mal si adatta ad un pubblico di cittadini maturo nella sua competenza testuale al punto da comprendere l’inganno mediale costruito dalla logica del duopolio, ritornando a considerare la politica delle piazze e dei comizi piuttosto che i monologhi e i salotti per intellettuali proposti dal palinsesto della telepolitica.
Eppure in un Paese in cui diviene sempre più risolutivo intercettare il voto d’opinione è necessario comprendere la struttura comunicativa e organizzativa in grado di rendere conto degli scambi sempre più frequenti richiesti dai votanti ai votati. Una struttura orizzontale e multicefala oppure una proposta univoca e con una forte personalizzazione sul leader della coalizione. La battaglia, anche in termini di modelli comunicativi è tutta aperta e una prima risposta viene dalla programmazione delle primarie del centrosinistra, allo stesso tempo momento di investitura del capo e volano di una mobilitazione diffusa in grado di portare le facce della coalizione nelle piazze del Paese.
Dato per acquisita la fetta di votanti militanti, il ricorso alla categoria del voto d’opinione è necessaria “ogni qualvolta si voglia cercare di spiegare un mutamento ed una discontinuità con il passato” (Pasquino, 1977). Ora che il corpo elettorale sembra aver scelto una direzione di cambiamento sarà interessante indagare come tale scelta (quella d’opinione), che accetta come campo di opzionalità un’analisi dell’offerta politica, venga elaborata ed a partire da quali aspetti e mezzi di informazione. Se è vero, infatti, che la scelta resta sempre individuale, è altrettanto vero che il campo della scelta dipende essenzialmente dai riferimenti collettivi costruiti e veicolati dai canali di comunicazione di massa. E l’esposizione ai media è più accentuata quanto più l’elettore non ha chiarezza circa i riferimenti collettivi che dovrebbero mediare i suoi interessi individuali e quanto più è incerta la corrispondenza tra gli interessi del gruppo di riferimento e le possibili scelte elettorali. Conseguenza di questo modo di intendere la formazione della decisione di voto mobile, è la personale considerazione che la partita per le elezioni politiche del 2006 è tutt’altro che chiusa, con un sistema mediale che non riesce a ripristinare quella credibilità necessaria a spostare voti decisivi sarà fondamentale segnare le differenze e le distanze con il Governo che ha gestito la recessione economica per non cadere nella rete che tenderà a presentare la classe politica come vittima delle contingenze internazionali e priva di un proprio progetto personale per risollevare il Paese e soprattutto senza una coalizione unita. Nessuno degli appartenenti al centrosinistra mette infatti oggi in discussione il carattere strategico della coalizione, ma di volta in volta ciascuno ne restringe il campo di azione o lo allarga con forzature da organigramma. Come è avvenuto ad esempio con le elezioni europee del 2004 che hanno rappresentato il culmine dell’indecisione rispetto ai confini del simbolo ulivista, con una sovrapposizione di ruoli comunicativi tra Lista Uniti nell’Ulivo e gli altri partiti dell’Ulivo che parlavano a nome della coalizione tutta. Tant’è che l’espediente mediatico maturato in ambienti giornalistici declinò la lista formata da DS, Margherita, SDI e Repubblicani Europei come Lista Unitaria. Tale definizione, che già di per sé configurava un cartello elettorale più che una volontà politica comune, concludeva la parabola ulivista e spianava la strada all’avvento di nuovi simboli e soprattutto di nuovi progetti politici.
Gli apparati, come di consueto, hanno resistito alle innovazioni unitarie almeno a livello organizzativo, ma le spinte della base elettorale si tradurranno nel Febbraio 2005 nella nascita dell’Unione ovvero di una coalizione che questa volta reintegra nelle sue fila Antonio Di Pietro e Rifondazione Comunista e guarda dritto alle elezioni politiche del 2006, con la costruzione di un programma comune. Passando per le Primarie del 16 ottobre e facendo tornare in primo piano la tematica dell’informazione politica all’interno di un sistema in cui per far emergere un tema di interesse generale, quale quello della partecipazione democratica, bisogna ricorrere all’Authority delle Telecomunicazioni, quando si scopre ciclicamente che la coperta della par condicio si fa corta per tutti. La questione è strettamente connessa alla transizione incompiuta del nostro sistema politica verso un maggioritario che molti vedevano come la soluzione dello strapotere dei partiti e che ora è stato spazzato via dal ritorno al proporzionale con l’aggravante delle liste bloccate e senza preferenza singola per i candidati: il numero dei partiti, già proliferato col sistema maggioritario è destinato inevitabilmente ad aumentare, soprattutto in sede parlamentare e poi mediale.
Un approccio al problema della par condicio, dovrebbe esulare dal calcolo elettorale e quindi essere condotto in periodi distanti rispetto alle scadenze politiche. Invece viviamo in un Paese in cui ogni volta la questione si pone con l’imperativo dell’urgenza, sia per le frequenti scadenze elettorali, sia per la rilevanza che viene attribuita, a torto o a ragione, al ruolo dei media nel decidere le sorti di una campagna elettorale. Forse commettiamo lo stesso errore del legislatore che quando ha pensato la par condicio la ha intesa come una griglia ferrea che delimita l’universo della comunicazione politica dal resto dei contenuti veicolati dalla tv. Questa considerazione già da sola basta a giustificare il fatto che ci troviamo dinanzi ad una “non condicio” della comunicazione generalista. Rinchiudere la comunicazione politica in contenitori avulsi dal resto del palinsesto equivale a dire che gli Italiani non hanno la competenza testuale per comprendere le diversità di linguaggi e contenuti dei vari generi televisivi. La tv politica imposta dalla par condicio è sicuramente più piatta e non riesce ad innestarsi in modo naturale nel palinsesto di una tv in cui i problemi quotidiani sono confinati negli spazi ristretti dei Tg ( e neanche tutti) e difficilmente illuminati da inchieste filmate.
La politica allora si fa estranea al flusso costante di paillettes e lustrini dela tv-reality, in cui la realtà viene incubata e rinchiusa in un ambiente fittizio e risiede solo negli atteggiamenti istintivi che talvolta i protagonisti del format del decennio si (e ci) concedono. 10 anni di telepolitica ci hanno mostrato che, in parallelo all’avanzata dell’antipolitica come proposta di governo, il pubblico dei cittadini ha maturato una crescente capacità di lettura testuale della comunicazione politico-elettorale, accettando sempre più di rado la proposta “egemonica” della tv e negoziando in modo costante la veridicità delle espressioni della telepolitica. In questo processo avrà influito anche la tematizzazione del “problema” del pluralismo informativo, cui ha contribuito una galassia di iniziative di mobilitazione scritta nate su Internet e poi confluite in esperienze concrete. La crisi di legittimità a cui è andato incontro il sistema politico italiano negli anni Novanta (e di cui ancora si avverte l’eco negli indici bassissimi di fiducia riscontrati da tutti i protagonisti della vita politica italiana, opposizione inclusa) è dovuta in parte al ruolo che ha assunto nella società il medium televisivo, all’interno di un’offerta politica monomediale. I partiti si adeguano e progressivamente vengono abbandonate le tradizionali modalità di comunicazione, mentre acquista valore la personalità del leader, che deve dare una precisa immagine di sé e, soprattutto, deve avere un'idea del target cui andrà proposta tale immagine. Acquistano rilevanza oltre al contenuto politico del messaggio, le doti del comunicatore e il contesto entro cui si svolge la comunicazione. Il leader rappresenta l'identità stessa del partito e in questa sua veste incontra i cittadini e gli altri soggetti politici, cercando di massimizzare l’attenzione dei media.
La comunicazione politica si trasforma, non diviene più solo propaganda, ma verifica della capacità dei partiti di dare risposte soddisfacenti alle richieste dell'elettore/spettatore. Il Contratto con gli Italiani siglato da Berlusconi prima delle politiche del 2001 coadiuvato da Bruno Vespa, ha comunque imposta alla poitica il ritmo semplificatorio della verifica mediale degli impegni e delle parole assunte. La firma sotto il contratto fittizio di Berlusconi sancisce una ferita nel discorso politico che solo il contratto firmato dai 4 milioni e trecentomila votanti delle primarie riesce a colmare. Il 16 ottobre gli Italiani siglano un patto con una coalizione politica e con un programma unitario di Governo e impone alla politica del centrosinistra di trovare quella compattezza di scelte per il futuro che è mancata nella rincorsa alla smentita delle promesse fatte dal Governo. Le file composte davanti ai seggi improvvisati delle Primarie insegnano alla politica che i cittadini hanno accettato la logica del “patto”, del contratto con la politica e impongono la fine dell’autoreferenzialità dei circoli mediatici chiusi privi di alcuna funzionalità sociale. E questo perché per certi versi, i media “iperpotenti” degli anni 90, sia per fattori endogeni al sistema, quali il duopolio di fatto dell’emittenza via etere, il calo degli ascolti e la vittoria dei format di intrattenimento come i reality show, sia per pressioni esterne, come la globalizzazione dei processi di newsmaking, la crisi economica seguita all’11 settembre e la ridefinizione dei rapporti di forza interni alle coalizioni politiche maggioritarie, oggi sembrano subalterni alle logiche di sviluppo imposte dal sistema politico. La media logic non riesce a spiegare da sola le innumerevoli scelte televisive e informative in cui chiari sono stati gli atteggiamenti simbiotici del sistema mediale con la sfera politica. Tale simbiosi viscerale ha finito per danneggiare entrambe gli attori, ma più di tutti coloro che hanno affidato il loro destino quasi esclusivamente alla gestione del potere di emittenza. E di fatti, lo schiacciamento evidente della strategia di Forza Italia su una rinnovata occupazione del video, non ha avuto un seguito fruttuoso in azioni propulsive da compiere “off-tv”.
Le ultime elezioni europee viste attraverso l’analisi della tv ci informano della sterilità di un disegno di comunicazione politica basato sul ricalco della griglia quantitativa di occupazione degli spazi televisivi (talk show e tribune elettorali). Già durante le Regionali dell’anno successivo infatti, i partiti e gli attori politici scelgono in massa una strategia multimediale e mobilitativa più rispondente alla nuova fenomenologia di domanda informativa. E a sfruttare di più tale contesto sono state necessariamente le forze d’opposizione, per le quali una strategia comunicativa di ampio respiro e indirizzata all’azione, è stata una risposta obbligata alla disparità di forze mediali in campo, fino al disvelamento del progetto delle primarie e il grande scossone alla staticità della partecipazione dei partiti nella costruzione di una rinnovata fiducia nelle idee dei cittadini, che hanno dimostrato ancora una volta come si posizionino in modo più avanzato sulla strada del cambiamento e del progresso politico rispetto ad una rappresentanza partitica ritenuta troppo autoreferenziale. Il nodo da affrontare non è quindi voler comprendere “quanta” influenza hanno i media nelle scelte di voto dei cittadini/elettori ma chiedersi quale influenza hanno i media nell’evoluzione della dialettica democratica e nella crescita culturale di una comunità. Ritornare alla nascita della communication research, quando i media venivano considerati come strumenti da leggere e scoprire nella loro capacità evolutiva e non come soggetti “finiti”, forse potrà aiutarci a capire meglio come funziona e può migliorare la comunicazione politica, anche partendo dalla mediatizzazione di zone sempre più estese delle interazioni umani dovute all’avvento delle tecnologie digitali di massa. Tutto questo avrà un riflesso sulle risposte che chiederemo ai sondaggi e alla lettura dei mezzi di comunicazione, cui non chiederemo più di spiegarci chi vincerà le elezioni ma di aiutarci a capire come veicolare un’identità politica forte e riconoscibile.

Ugo Esposito

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