l paradigma di una nuova democrazia rivitalizzata dall’avvento delle Information and Communication Technologies, in grado di fornire strumenti alla partecipazione ed alla rivalsa di masse per troppo tempo passive e schiacciate dagli ingranaggi del vecchio discorso politico, deve necessariamente fare i conti con la realtà.
“Il successo del digitale” secondo Morawski (2001, p.25) “allontana le nazioni fra loro e le separa al loro interno”. Un’affermazione molto forte, che però sembra corroborata dai dati statistici delle copiose ricerche degli ultimi anni, che, per quanto talvolta discordanti in termini di valori assoluti, hanno fotografato una situazione di forte gap nella dotazione di infrastrutture tecnologiche e nella necessaria alfabetizzazione informatica.
Per uno sguardo d’insieme al fenomeno, molti studi e ricerche partono dall’analisi del numero di host nei singoli paesi, ovvero di quei computer che, rappresentando i nodi della rete globale, sono validi indicatori della dotazione di infrastrutture di ogni paese.
L’uso della Rete rimane concentrato sulle due sponde dell’Atlantico settentrionale e in punti isolati dell’Oceania, dell’Asia Orientale e del Medio Oriente. C’è un’evoluzione veloce nell’America Latina – anche se ancora lontana dai livelli della parte settentrionale del continente americano e dell’Europa. Statica, invece, la situazione nel lembo meridionale dell’Africa. In una “zona grigia” si trovano paesi come la Russia e la Turchia, con una densità vicina a due host internet per mille abitanti. Si tratta di livelli di penetrazione relativamente elevati rispetto alla maggior parte degli altri paesi, ma molto bassi rispetto alle aree più evolute (compresa una parte dell’Europa orientale). Il resto del mondo è quasi completamente escluso.
Il digital divide si riferisce al gap ed alle disparità nella possibilità di accedere alle tecnologie ed alle risorse dell’informazione, soprattutto ad Internet. Basti pensare che ci sono più Internet host nella sola New York che in tutta l’Africa continentale. Più in Finlandia che in America Latina e nei Carabi (Nazioni Unite, 2000).
Sul versante del bacino di utenza, le cose non sono di certo più incoraggianti: a livello mondiale, i naviganti si attesterebbero intorno ai 400 milioni, di cui circa 135 milioni in Europa. Gli utenti italiani oscillerebbero tra i 9 e gli 11 milioni (A.C.Nielsen 2001, Nua 2001).
Su 100 abitanti del pianeta, dunque, neanche 10 di loro possono essere considerati utenti Internet.
Stati Uniti e Canada, con solo il 5% della popolazione mondiale, rappresentano il 41% dell’utenza di tutto il pianeta, ma altre statistiche addirittura li pongono al 57% (Ilo 2001). All’opposto, in Africa, dove vive il 13% della popolazione mondiale, non si trova neanche l’1% dell’utenza globale. Non bisogna, comunque, ridere delle percentuali minuscole di certi stati o continenti: i pochi utenti di oggi, in una nazione povera, costituiranno il cuore ed il know-how per lo sviluppo futuro di quei paesi.
Si può parlare di digital divide anche per la nazione-faro delle ICT’s: negli Stati Uniti, infatti, nel paese con le più alte percentuali di host e di utenza, permangono forti squilibri tra le aree rurali e le aree urbane, tra le varie fasce di reddito, tra particolari strati di popolazione (gli afro-americani e gli ispano-americani sono molto meno connessi degli americani di origine asiatica o dell’area del Pacifico), tra fasce di età (gli anziani hanno percentuali bassissime), tra i sessi ( le donne sono ancora sottorappresentate) . Questo dimostra che il divario digitale non dipende solo dalla possibilità pratica di acquisire strumenti tecnologici (la cui rapida diffusione sta spingendo il mercato ad abbassare sempre più i prezzi e a renderli di certo più accessibili).
E’ fondamentale la sensibilizzazione al mezzo, l’acquisizione di tutte quelle conoscenze e quegli indirizzi cognitivi che possano rendere Internet non solo un mezzo alla moda, ma anche un mezzo che serva a qualcosa e che dia dei vantaggi. Secondo Maldonado, “(...) si può ricorrere ad una nuova terminologia e definire queste due categorie come info-poveri ed info-ricchi ed è una differenza che è all'interno del nostro stesso mondo occidentale”(1997). Il cosiddetto know-how, insomma, si appresta ad essere il cavallo di troia verso una società più consapevolmente informatizzata (e quindi informata). Per altri, come Negroponte (1995), la frattura è puramente generazionale: chi si trova fuori, al freddo nell’era digitale, probabilmente non è escluso per via dell’educazione o del reddito. E’ semplicemente arrivato troppo presto sul pianeta.
In effetti, il dato italiano sembra confermare una maggiore predisposizione dei più giovani ad usare la Rete. In particolar modo la fascia compresa tra i 14 ed i 19 anni (l’11,3% dell’utenza totale) si è mostrata la più attiva, con una media di 5-6 ore di collegamenti mensili. Gli ultra cinquantenni rappresentano una fascia di utenza emergente: nel 2001 sono cresciuti dal 6% all’8%, cercano soprattutto notizie ed approfondimenti (Jupiter MMXI 2001).
Negli stessi Stati Uniti, il gap è anche geografico: la bit generation si concentra nei due poli principali della Silicon Valley (California) e di Silicon Alley (New York).
A questo punto, potrebbero sorgere dei dubbi: perché molti analisti stravedono per quelle 6-7 persone su cento che almeno una volta nella vita sono andate in Rete, e non si mostrano altrettanto preoccupati per quegli altri 70 che non hanno mai sentito parlare di internet?
Come si può considerare epocale e rivoluzionario un fenomeno che riguarda così poche persone ed aree geografiche così ristrette?
Come si può pensare che anche quei 2,8 miliardi di persone che oggi vivono con meno di 2 dollari al giorno (World Bank, 2000) possano avere un qualche interesse alle magnifiche sorti e progressive dell’occidente e delle società industriali?
Tutte queste domande non esulano dalla riflessione, già avviata, sulla tecnologia applicata alla politica. Ed immediatamente sorgono nuovi dubbi.
Come si può esaltare la portata rivitalizzante della Rete per le malandate istituzioni democratiche, se attualmente essa stessa si dimostra una strumento impari e chiaramente segnato dalle disparità economiche e sociali?
Perché i soggetti politici dovrebbero investire denaro, tempo ed energie per un mezzo che non assicura loro una piazza costante e socialmente omogenea?
In effetti, il profilo del navigante medio corrisponde ancora all’identikit di un individuo occidentale, maschio, giovane, di cultura e reddito medio-alti.
Stando così le cose, forse sarebbe opportuno ricontestualizzare il problema, nella consapevolezza che la Rete al momento è prerogativa di pochi e le sue dinamiche non sono estendibili nemmeno alla totalità della nazione più moderna e tecnologizzata.
Che senso ha allora guardare a queste piazze telematiche che tanto affollate non sono?
La risposta a questa serie di perplessità è una constatazione: in effetti, si ha come la sensazione che le ICT’s e la Rete, considerate in ottica mondiale, siano più una potenzialità ed una scommessa, che un’immanente grande trasformazione.
Immediatamente si viene richiamati ad una realtà in cui gran parte del mondo è ancora disconnessa e, sebbene gli analisti prevedano ritmi di crescita dilaganti su scala planetaria, bisognerà interrogarsi su quanto i futuri utenti possano avere le capacità e la voglia di affollare le piazze elettroniche.
Al momento, quindi, come al solito va ribadito il carattere potenziale del mezzo e, come fatto notare da McChesney (1996), la parzialità, limitata dal digital divide, della sfera pubblica elettronica.
Qualcuno sostiene, inoltre, che i luoghi virtuali, dove oggi si discute di politica e di temi di pubblico interesse, assomigliano più a club privati, che ad agorà elettroniche (Resnick, Margolis, 2000).
Ciononostante, non è certo avventato figurare scenari in evoluzione rispetto a quelli che le ricerche hanno fotografato. I dati sulla crescita impressionante delle reti e delle infrastrutture, il grado di penetrazione sociale, la crescente alfabetizzazione informatica, incoraggiata anche dall’aggiornamento degli ambienti educativi e formativi, l’inarrestabile processo di mondializzazione dei mercati, delle infrastrutture e dei consumi culturali, sembrano indicare una linea di sviluppo che difficilmente potrà restare confinata agli attuali paesi più industrializzati e tecnicamente evoluti.
Basti pensare che la radio ha impiegato 38 anni per raggiungere 50 milioni di persone, alla televisione ne sono occorsi 13, Internet è stato adottato dallo stesso numero di persone in soli 4 anni.
La frattura tra “coloro che possono e sono in grado di farlo” e “coloro che non possono e non lo sono” è una sfida globale, attualmente già in atto e che vede come astanti figure ed istituzioni, i cui propositi non sempre scaturiscono da filantropia politica e solidarietà, ma che comunque stanno da anni considerando il problema al primo posto in agenda.
Ovviamente, anche il dibattito sul digital divide è nato e si è sviluppato in America, dapprima come semplice intuizione, confermata dai dati, che si stesse scavando un forte solco tra haves ed have nots. Successivamente, il tema ha destato l’interesse delle alte sfere delle amministrazioni nazionali e governative. A partire dalla seconda metà degli anni ’90, la Casa Bianca, attraverso i discorsi di Bill Clinton ed Al Gore, ha iniziato a mostrarsi sensibile al tema del divario digitale. Non appena gli annuali rapporti sull’utenza nazionale hanno cominciato a raccontare di una situazione più rosea e di un bicchiere ormai mezzo pieno, il governo Usa ha cercato di esportare questo obiettivo interno su scala planetaria , sensibilizzando l’opinione pubblica internazionale alla necessità di approntare piani di sviluppo e di dotazioni tecnologiche per tutti quei paesi “in ritardo”, che rischiavano di “sprofondare in un medioevo dell’informazione” . L’idea vincente che si è fatta strada è che le ICT’s possano aiutare i paesi più bisognosi a saltare alcune tappe nel cammino verso lo sviluppo. Non pochi hanno visto, nelle nuove tecnologie ed in un mondo sempre più connesso, la possibilità di un’apertura naturale al confronto, a sistemi di governo più democratici, rivitalizzati dalla necessaria trasparenza richiesta dai mercati dilaganti, forieri di ricchezza e benessere. Secondo Resnik e Margolis (2000, p.210), “lo sviluppo economico stabilizza e promuove i regimi democratici. Ironicamente potrebbe essere l’aspetto commerciale (…) ad avere più profondi effetti sull’incremento e sull’affermazione di regimi democratici (…)”.
Internet, inoltre, potrebbe aiutare i gruppi dissidenti nelle società autoritarie. Il vero potenziale politico del Net potrebbe emergere di più in aree sottosviluppate, dove i mezzi ordinari di comunicazione sono controllati o vietati.
La ricetta potrebbe rivelarsi fin troppo ottimistica, ma qualcosa di giusto si intuisce nelle parole di James D. Wolfensohn, presidente della Banca Mondiale: “ Il dibattito sembra centrato sulla questione volete del pane o volete computer? La risposta è che vogliamo entrambe le cose. Dobbiamo guardare alla tecnologia di Internet all’interno del paradigma dello sviluppo.(…) Non ascoltate chi vi dice che Internet è un lusso. Non è alternativo al pane. Internet ci dà la possibilità di portare conoscenza e nuove opportunità alle persone, ad ogni livello ed in tutto il mondo(…)”.
Pane e microchip, insomma. Agli antipodi di questa filantropica affermazione, si colloca il presidente della Hewlett & Packard, Carly Fiorino, che al World Economic forum di Davos nel 2001, affermava che il problema del digital divide è solo una questione di buon business, non certo di solidarietà.
Insomma, pare evidente che spesso, nel dibattito, soprattutto americano, sul divario digitale, sia esso esclusivamente a stelle e strisce o planetario, non risulti facilmente distinguibile una netta linea di demarcazione tra obiettivi di mercato delle aziende high-tech e politica pubblica a favore dell’high-tech.
La speranza è che non si agisca in maniera scoordinata e che si inserisca la questione primariamente sotto l’egida di quelle istituzioni ufficialmente incaricate di occuparsi dello sviluppo (Fmi, Banca mondiale, Onu e sue agenzie, Ocse) e ben vengano finanziamenti congiunti ed iniziative combinate del settore pubblico e di quello privato, purché vigilate e non abbandonate alle probabili speculazioni e ai folli business degli alligatori.
I soggetti politici nazionali, nel frattempo, ad ogni livello, dovrebbero agire su due piani:
• sul versante esterno alla Rete, promuovere, nei loro programmi, lo sviluppo delle ICT’s, la dotazione tecnologica e l’alfabetizzazione informatica necessaria ad un uso diffuso ed ottimale del mezzo;
• sul versante interno alla Rete, usare gli strumenti da essa offerti, nella consapevolezza che l’humus che si è venuto a costituire, pur non rappresentando un bacino quantitativamente rilevante, testimonia l’esistenza di un pubblico qualitativamente attento alle issues e alle trame del discorso politico.
In definitiva, conoscere i bisogni, i gusti, le aspettative e le pratiche digitali dei netizen, disposti ad acquisire informazioni politiche on line, è oggi di vitale importanza per partiti, candidati e gruppi di interesse. Solo la consapevolezza di questo assetto potrebbe evitare alla politica di girare a vuoto, senza metà e senza incisività, nei vasti territori della Rete.
Lorenzo Pierfelice